18/04/2013
Normativa EMIR e nuova disciplina sui derivati OTC: il Credito Cooperativo discute sull’evoluzione normativa chiedendo attenzione per il ruolo anticiclico delle BCC
          
           La nuova disciplina europea sui derivati OTC (Over the Counter) adottata dall’Unione europea nel luglio 2012, nell’ambito dell’European Market Infrastructure Regulation (EMIR) ha ricadute significative sul sistema bancario e, nello specifico, sulle Banche di Credito Cooperativo e Casse Rurali. Banche locali, chiamate a svolgere un importante ruolo anticiclico a favore di famiglie ed imprese e,  per questo, particolarmente sensibili alle criticità che potrebbero derivare da una evoluzione normativa disegnata con l’obiettivo di mettere in sicurezza il sistema bancario continentale ma che tende a non fare distinzione di ruolo e valore tra i diversi  intermediari.
 
           Di tutto questo si è parlato a Roma, presso il Palazzo della Cooperazione, in un convegno organizzato da Federcasse, la Federazione Italiana delle Banche di Credito Cooperativo e Casse Rurali, e da Iccrea Banca, l’Istituto Centrale del Credito Cooperativo, al quale hanno partecipato esponenti di Consob, Banca d’Italia e Parlamento Europeo.
 
           In particolare, la nuova regolamentazione europea EMIR, nata dagli impegni presi dall’Unione Europea nell’ambito del G20 che si tenne a Pittsburgh del 2009, introduce in materia di contratti derivati tre principali adempimenti: l’obbligo di compensazione dei derivati standardizzati attraverso una controparte centrale, l’adozione di tecniche di mitigazione del rischio per i derivati non compensati e la segnalazione delle negoziazioni a un Repertorio di Dati. Adempimenti che hanno ricadute fortemente impattanti per i diversi intermediari ed in particolare per gli operatori di contenute dimensioni, tra cui le BCC.
 
         “Si tratta – ha precisato il Direttore Operativo di Federcasse Federico Cornelli – di una novità regolamentare che, tuttavia, è ad oggi ancora in attesa di una sua piena definizione”. “Questa disciplina -  dice Cornelli - si inserisce in un framework legislativo più ampio (Basilea 3, Crisis Management, MiFID 2, Market Abuse) che rischia di penalizzare eccessivamente le banche del network cooperativo, tenendo solo in parte conto delle peculiarità e della operatività delle stesse, anche in considerazione dell’uso esclusivo ai fini di copertura dei rischi, che esse fanno dei contratti derivati. Va pensato pertanto un periodo di phase in della norma per quegli operatori che per caratteristiche dimensionali od operative necessitano di un periodo più lungo per adeguarsi ai nuovi adempimenti introdotti ed in particolare all’obbligo di concentrazione sulle controparti centrali (CCP) dei contratti derivati cosìddetti OTC ”.
 
          Un concetto questo ribadito anche dal Direttore Generale di Federcasse Sergio Gatti: “Nel percorso intrapreso verso l’Unione Bancaria, i costanti obiettivi del sistema del Credito Cooperativo italiano si confermano essere la necessità di una maggiore considerazione delle peculiarità delle Banche di Credito Cooperativo, una migliore comprensione della rete orizzontale, l’eliminazione del rischio omologazione (“one size fits all”), la coerente applicazione dei rischi di sussidiarietà e proporzionalità”.
 
         Maria Tecla Rodi, funzionaria Divisione Mercati della Consob, ha confermato come non siano tuttora definite le competenze di vigilanza delle Autorità nazionali rispetto alla nuova disciplina. “La Consob – ha concluso Rodi –  partecipa ai lavori europei attraverso l’ESMA (European Securities and Markets Authority), che ha il compito di contribuire all’elaborazione di norme e prassi comuni di vigilanza di elevata qualità, nonché all’applicazione uniforme degli atti giuridicamente vincolanti”.
 
          Il Convegno di Roma fa seguito ad un incontro tenutosi all’inizio di marzo a Londra tra il Credito Cooperativo italiano e l’European Banking Authority (EBA) finalizzato ad esporre, in tutte le sedi normative ed istituzionali, le peculiarità di un sistema di banche autonome non orientate al profitto, che non hanno causato la crisi, ma che rischiano paradossalmente di essere penalizzate da una evoluzione normativa tarata sui grandi gruppi, con aumento di costi e vincoli patrimoniali tali da metterne in discussione la loro stessa sopravvivenza anche per l’impossibilità in futuro a poter fare ricorso a strumenti adeguati per la gestione dei rischi di tasso.
 
Roma, 17 aprile 2013
 
 
 
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