02/04/2015 Comunicati stampa
Il sistema bancario italiano nella prospettiva della vigilanza Europea. Audizione di Federcasse alla Commissione Finanze del Senato
Sintesi della Memoria presentata dal Credito Cooperativo italiano


Audizione, oggi a Roma, di Federcasse (l’Associazione nazionale delle Banche di Credito Cooperativo e Casse Rurali italiane) guidata dal Presidente Alessandro Azzi presso la Commissione Finanze e Tesoro del Senato nell’ambito dell’indagine conoscitiva sul sistema bancario italiano nella prospettiva della vigilanza europea.

La delegazione di Federcasse era composta, oltre che dal Presidente, dal Direttore Generale Sergio Gatti, dal Vice Direttore Generale Roberto Di Salvo e dalla Responsabile della Segreteria generale e del coordinamento dei programmi Claudia Benedetti.

Di seguito si riporta ampia sintesi della Memoria presentata ai membri della Commissione.


1. La visione che le BCC hanno dell’Unione Bancaria

L’Unione Bancaria – per le BCC - nasce da una spinta certamente condivisibile: stabilizzare il sistema finanziario europeo, prevenendo in tal modo possibili ulteriori rischi di crisi finanziarie e, quindi, tutelare i risparmi dei cittadini.

Dal 4 novembre 2014 è stato introdotto il meccanismo unico di supervisione accentrata presso la BCE; in tutta Europa è ora prevista una garanzia dei depositi fino a 100.000 euro; si va costituendo un Fondo Unico di Risoluzione finanziato dalle banche per gestire le situazioni di crisi e previsto che queste siano spesate comunque prima dagli azionisti e i detentori di obbligazioni (bail-in), al fine di evitare l’esborso di denaro pubblico.
La normativa prudenziale ha inoltre agito sul rafforzamento dei requisiti di capitale e sulle regole in materia di liquidità (CRD IV, cosiddetta “Basilea 3” e CRR).

La concreta attuazione di questi princìpi apre però diversi dubbi.

In particolare, secondo le BCC:

- a fronte di un meccanismo di vigilanza unico, non sono univoche le definizioni degli aggregati sui quali si esercita la vigilanza, perché non esiste un unico linguaggio contabile;
- l’analisi approfondita (comprehensive assessment) svolta dalla BCE ha adottato criteri che hanno finito per avvantaggiare le banche che investono in attività finanziarie piuttosto che nel credito all’economia, penalizzando di fatto il modello di intermediazione delle banche italiane più vocato al finanziamento dell’economia reale. Non è un caso che l’89% delle transazioni finanziarie continua ancora a concentrarsi sugli strumenti derivati;
- l’adeguamento alle nuove regole innalzerà cospicuamente i costi amministrativi anche per le banche non di carattere sistemico, non a vocazione speculativa e ad operatività esclusivamente territoriale.

Inoltre, va notato che nell’intenso processo di ri-regolamentazione, il legislatore comunitario non ha colto tempestivamente alcune occasioni. In particolare, il rinvio al 2018 dell’introduzione del leverage ratio scelta dal Comitato di Basilea avvantaggia alcune tipologie di intermediari. Non le banche italiane. Tantomeno le BCC. La leva finanziaria per le banche italiane è pari a 14, quella europea è 22 (con punte di 38 in Olanda, 32 in Belgio, 26 in Francia e 25 in Germania). Per le BCC è 11. Secondo alcuni analisti i problemi per le banche nascono essenzialmente dall’eccesso di leva.

La nuova disciplina dell’Unione Bancaria, per Federcasse, cambia in ogni caso radicalmente lo scenario e l’approccio stesso del legislatore e quindi del supervisore ai temi, connaturati, della tutela dei depositanti e della necessità di scongiurare default sistemici.

Uno dei profili di novità più significativi, ma non l’unico, è l’introduzione del bail-in, ovvero il principio secondo cui i costi per il superamento della crisi di una banca europea non potranno in alcun modo gravare sul contribuente. I cambiamenti riguarderanno innanzitutto le banche. Il principio inciderà sui costi, sulle modalità di gestione della raccolta bancaria e anche sulla governance. Anche i sistemi dei controlli interni dovranno essere adeguati al nuovo quadro normativo.

I Fondi di garanzia dei depositanti esistenti in Italia, il Fondo di Garanzia dei Depositanti del Credito Cooperativo (FGD) ed il Fondo Interbancario di Tutela dei Depositi (FITD), in base ai nuovi dettami europei (Direttiva DGS – Deposit Guarantee Schemes), circoscriveranno il loro margine di azione rispetto alla funzione chiave di prevenzione delle crisi, che ha segnato in particolare l’esperienza del Credito Cooperativo.


2. ll recepimento delle normative europee nella normativa nazionale

E’ attualmente all’esame del Senato il disegno di legge di Delegazione europea 2014. Il provvedimento delega il Governo a recepire nel nostro ordinamento alcune direttive di grande rilevanza per il sistema bancario e finanziario, in particolare la nuova disciplina europea in materia di crisi bancarie, contenuta nelle direttive BRRD (Bank Recovery and Resolution Directive, 2014/59/UE) e DGSD (Deposit Guarantee Scheme Directive, 2014/49/UE), per adeguare l’ordinamento italiano al Regolamento che istituisce il Meccanismo di Risoluzione Unico, SRM (n. 806/2014).


Nel corso dell’esame del Disegno di Legge sono state di recente accolte alcune modifiche al testo originario, pienamente condivise dal Credito Cooperativo, quali ad esempio il recepimento di alcune discrezionalità concesse dalla direttiva (DGS) sulle caratteristiche dei depositi che beneficiano della copertura dei sistemi di garanzia dei depositanti.


3. Le attività di Federcasse e i risultati della partecipazione
al processo normativo che ha costruito l’Unione Bancaria

Il Credito Cooperativo italiano - attraverso Federcasse - è da tempo impegnato, anche con le omologhe organizzazioni cooperative europee, in una delicata e non sempre agevole attività di dialogo e confronto con le istituzioni comunitarie, con l’obiettivo di far sì che il ridisegno della regolamentazione prudenziale di settore tenga adeguato conto delle specificità delle piccole banche cooperative.

In questa attività non sono mancati anche riscontri positivi.

Un esempio è l’introduzione nel Regolamento CRR del fattore di ponderazione più favorevole per i crediti alle piccole e medie imprese (il cosiddetto SME’s supporting factor, fortemente voluto anche dall’ABI e da molte altre componenti dell’economia italiana) che ha determinato per le BCC la “liberazione” di capitale regolamentare per un valore che equivale a circa l’1,5% di Tier 1. Ciò vale per tutti gli intermediari europei, naturalmente. Ne beneficerà l’economia produttiva.

A questo riguardo Federcasse sottolinea che il 22 dicembre scorso il Comitato di Basilea per la Vigilanza Bancaria (BCBS) ha pubblicato il Consultative document “Revision to the Standardised Approach for credit risk” (si tratta di una consultazione di estrema importanza per l’attività delle banche commerciali, in particolare delle piccole banche e per i Paesi come l’Italia in cui le PMI sono il motore della crescita economica) in cui sono esplicitate le proposte di revisione della metodologia standardizzata per il calcolo dei requisiti patrimoniali per il rischio di credito.

Alcune di esse destano particolari preoccupazione, come ad esempio:

• la completa rimozione dei rating esterni;
• la revisione dei criteri di definizione e delle ponderazioni dei portafogli delle esposizioni verso “imprese” e “retail”;
• la radicale revisione del trattamento delle “Esposizioni garantite da immobili residenziali”.

Le nuove ponderazioni previste per questi portafogli e i criteri più stringenti delineati per l’inclusione delle esposizioni nel portafoglio “retail” comporteranno verosimilmente un aumento significativo dei requisiti patrimoniali, in particolare nei confronti delle PMI.
Per queste ragioni – sottolinea la Memoria di Federcasse – è di assoluta importanza che nel nuovo contesto regolamentare il cd. SMEs Supporting Factor sia confermato.

Ancora alla consapevolezza della profonda diversità tra modelli di banca si devono alcune importanti correzioni rispetto alle prime stesure di altre normative europee:

• la correzione dei criteri di computo dei contributi al Fondo unico di risoluzione;
• il riconoscimento del ruolo delle Banche di secondo livello del Credito Cooperativo, qualora facciano parte di uno Schema di protezione istituzionale (IPS/FGI) nell’EMIR, consentendo così il clearing dei derivati infra sistema, e nella Proposta di Regolamento di Riforma strutturale (Liikanen), consentendo alle Banche di secondo livello di mantenere la loro attività tipica con le BCC;
• alcuni emendamenti alle nuove regole europee sui sistemi di pagamento attraverso le carte di credito, di prossima emanazione.

Tuttavia, va sottolineato che si tratta sempre di emendamenti ottenuti faticosamente rispetto ad una normativa disegnata su un modello di banca ed una taglia di operatori tendenzialmente unica.


4. I diversi approcci dell’Unione Europea e degli Stati Uniti nel recepimento di normative internazionali (Basilea 3.) L’approccio one size fits all e l’approccio “diversificato per soggetti destinatari”.

Sulle banche negli ultimi cinque anni sono piovuti più di 670 provvedimenti (circa due e mezzo a settimana). Non tutti rispondono alle caratteristiche, secondo principi che dovrebbero essere condivisi, di opportunità, gradualità nella loro applicazione, proporzionalità rispetto ai destinatari.

Non va neppure dimenticato che i costi della crisi finanziaria a carico dei contribuenti sono stati molto diversi in Europa. Sulle tasche dei cittadini, ad esempio, la crisi finanziaria è pesata (dati 2008-2012) 83 miliardi di euro in Gran Bretagna, quasi 64 miliardi di euro in Germania, poco più di 62 in Irlanda, 38 in Grecia, quasi 19 in Olanda. Solo 6,3 miliardi di euro in Italia, lo 0,4% del PIL.

Un recente studio evidenzia il posizionamento dell’assetto regolamentare internazionale sull’ipotesi della “taglia unica” – “one size fit all” approach - in contrapposizione all’esigenza di una “fit-and-proper-regulation”, ossia di una regolamentazione che riconosca i diversi modelli di attività bancaria, le diverse dimensioni e complessità delle banche (ivi inclusi i relativi rischi e vulnerabilità) e la particolare struttura produttiva dei vari Paesi in cui essa trova applicazione.

La ricerca, in particolare, evidenzia il divario esistente tra l’approccio europeo e quello statunitense. Ad esempio, nel recepimento di “Basilea3”, mentre il procedimento europeo di adeguamento ha aggiunto complicazioni e ulteriori livelli di regolamentazione agli standard internazionali, le autorità statunitensi hanno adottato un approccio di semplificazione.

L’adeguamento statunitense agli standard internazionali, infatti, ha rivolto una specifica e particolare attenzione alle “community banks” (identificate generalmente come le banche con totale attivo inferiore a 10 miliardi di dollari). Peraltro, è in corso un processo di razionalizzazione della normativa prudenziale, che dovrebbe condurre all’abbandono del cosiddetto “approccio unitario” (Unitary approach) per pervenire all’adozione del cosiddetto “approccio a strati” (Tiered approach). Lo stesso studio evidenzia un paradosso: proprio in Europa, dove le piccole e medie imprese sono la spina dorsale dell’economia, è stato riaffermato l’approccio normativo unitario che ha contributo al credit crunch per le piccole imprese. Cosa che non è avvenuta, invece, negli Stati Uniti, dove abbiamo due scelte politiche coerenti: la prima, di stimolo all’economia (no austerità); la seconda, di regolamentazione e vigilanza sulle banche, differenziate per tipologia di intermediari.


5. Una soluzione di “sistema Italia” per la questione dei NPL

Il sostegno all’economia trova, fra i principali ostacoli, la zavorra rappresentata dall’ingente mole dei crediti deteriorati che pesano considerevolmente sul portafoglio dei prestiti delle banche.

L’iniziativa da qualche settimana annunciata dal Governo, e condivisa dalla Banca d’Italia, interviene proprio sul nodo dei crediti deteriorati e dovrà sia rispettare la normativa europea sia i vincoli di bilancio del nostro Paese. Essa, secondo Federcasse – come già fin dal 2013 rappresentato e sollecitato – risulta assolutamente strategica e preziosa per la nostra economia.

L’esigenza che le Banche di Credito Cooperativo rappresentano è che le misure in via di definizione tengano adeguato conto della diversificata realtà dell’industria bancaria, dove anche intermediari di minori dimensioni detengono importanti quote del mercato del credito.

In particolare, si fa affidamento sul fatto che il provvedimento allo studio consideri centrali i principi di accessibilità e sostenibilità delle operazioni di cessione e che, pertanto:

• non vengano previste soglie dimensionali troppo elevate - per l’individuazione delle posizioni ammissibili alle operazioni di cessione - rispetto ai parametri operativi tipici di banche locali e contenuto profilo dimensionale;
• si possa dare adeguato riconoscimento le metodologie gestionali in uso per la valutazione del merito di credito, anche quando non incardinate su sistemi di rating interni validati a fini prudenziali;
• con riferimento al costo di una possibile garanzia, si valorizzi il contributo alla diversificazione del rischio determinato dalla granularità delle aliquote di portafoglio oggetto di cessione.



6. L’autoriforma delle BCC in questo contesto

Il 20 gennaio scorso il Consiglio dei Ministri ha affrontato il tema della riforma delle banche cooperative, assumendo, per Decreto, decisioni rilevanti con riferimento alle Banche Popolari, in particolare l’obbligo di trasformazione in Spa per quelle con oltre 8 miliardi di attivo, misure divenute oggi, con modifiche lievissime che non incidono sulla sostanza, legge dello Stato (Legge 24 marzo 2015 n. 33).

Le BCC, diversamente da quanto inizialmente previsto, non sono state toccate dal provvedimento d’urgenza. Tuttavia, è stato reso noto dai regolatori un indirizzo di riforma, che persegue alcune precise finalità:

• superare le criticità delle BCC (legate al modello di attività, agli assetti organizzativi e alla ridotta dimensione) attraverso l’obbligatoria integrazione in uno o più gruppi bancari cooperativi con capogruppo una società per azioni con le quali si sottoscriverebbe un “contratto di dominio”;
• rispondere alle esigenze, anche rapide, di rafforzamento patrimoniale del Credito Cooperativo attraverso una più efficiente allocazione delle risorse patrimoniali disponibili nel sistema BCC e rendendo possibile l’afflusso di capitali dall’esterno;
• mantenere, a livello di BCC, le caratteristiche della cooperazione mutualistica.

Rispetto a questo scenario, il Credito Cooperativo ha preso atto dell’urgenza richiesta dalla situazione e ha deliberato di procedere, in tempi rapidissimi, alla definizione di un proprio progetto di Autoriforma, come ribadito anche in sede di Audizione di Federcasse presso le Commissioni riunite Finanze e Attività Produttive della Camera dei Deputati, lo scorso 16 febbraio.

In particolare, le linee di indirizzo del progetto di Autoriforma deliberate all’unanimità dagli Organi di Federcasse prevedono i seguenti sei punti caratterizzanti:

1. confermare il ruolo delle BCC come banche cooperative delle comunità e dei territori, a vocazione mutualistica, secondo quanto previsto dall’articolo 2 dei loro statuti;
2. valorizzare la dimensione territoriale della rete, semplificandone – al contempo – la filiera organizzativa interna, migliorandone l’efficienza;
3. adeguare la qualità complessiva della governance del sistema al nuovo contesto normativo e di mercato determinatosi con l’Unione Bancaria al fine di accrescere ulteriormente la qualità del servizio a soci e clienti;
4. assicurare una più efficiente allocazione delle risorse patrimoniali disponibili all’interno del sistema;
5. individuare la modalità più opportuna per consentire l’accesso di capitali esterni;
6. garantire l’unità del sistema come presupposto di competitività nel medio lungo-periodo.





7. I numeri e le quote di mercato delle BCC (dati al dicembre 2014)

Le BCC e Casse Rurali – presenti in Italia con 4.441 sportelli - sono le banche dei territori, possedute e governate da chi abita e opera nelle comunità locali).

• I soci sono 1 milione e 200 mila (+ 2,3), i dipendenti 37 mila.
• La raccolta diretta è di 163,2 miliardi di euro, con una quota di mercato del 7,9%
• Gli impieghi sono pari a 135 miliardi di euro, con una quota di mercato del 7,3%
• Il patrimonio di sistema è di 20,2 miliardi di euro (+ 0,3%)

In particolare le BCC:

• hanno sostenuto le PMI e le famiglie con nuovo credito in questa ultima crisi.
• hanno accresciuto la partecipazione ed il coinvolgimento dei soci-clienti.
• hanno incrementato l’occupazione diretta ed indiretta.
• finanziano l’economia reale e soprattutto i piccoli operatori economici (le BCC erogano in prevalenza crediti alle imprese artigiane, alle imprese agricole, alle piccole imprese, al Terzo settore e al non-profit (soprattutto cooperative sociali).
• non operano in derivati “speculativi” (peraltro non ammessi dalla normativa speciale per le BCC) se non in quelli di “copertura” ;
• non pagano stock option ai propri manager;
• sono sottoposte a tutte le regole europee e nazionali (Basilea3, Mifid, principi contabili IFRS, revisione legale dei conti, revisione cooperativa, ecc.);
• devono erogare almeno il 95% del credito a famiglie e imprese residenti e operativi nel territorio nel quale esse operano.



Roma, 2 aprile 2015




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