23/11/2006 Economia e Finanza
Presentato il rapporto Istat sulla povertà: (meno) povera Italia

Diminuisce la povertà in Italia: nel 2005 le famiglie in condizione di povertà relativa sono risultate 2 milioni 585 mila, pari all'11,1% del totale. Un dato che, rispetto al 2004, tira fuori dalla “linea delle difficoltà” circa 89 mila famiglie, ma che ripropone il tema dello squilibrio della ricchezza tra le tre macroaree. A tracciare lo stato di salute economico delle famiglie è il rapporto diffuso dall'Istat sulla “Povertà relativa in Italia nel 2005” che ha analizzato il tenore di vita delle famiglie italiane quantificando la variazione numerica delle fasce di popolazione più svantaggiate.

La stima dell'incidenza della povertà relativa è stata calcolata sulla base di una soglia convenzionale che individua il valore di spesa per consumi al di sotto della quale una famiglia è definita “in difficoltà”. La spesa media mensile per una famiglia di due componenti corrisponde, nel 2005, a 936,58 euro al mese (più 1,8% rispetto alla linea del 2004). Le famiglie composte da due persone che hanno una spesa media mensile pari o inferiore a tale valore sono state classificate come povere.

Per le famiglie composte da più persone il valore della linea si ottiene moltiplicando il valore per un indice variabile. Così per tre persone la soglia di povertà passa a 1.245,65 euro e raggiunge il massimo per sette componenti con 2.247,79 euro. Questi i parametri ma volgiamo uno sguardo per aree. La povertà relativa presenta una caratterizzazione territoriale particolarmente differenziata: nel Nord e nel Centro sono definibili povere rispettivamente il 4,5% e il 6% delle famiglie, mentre nel Mezzogiorno la percentuale raggiunge il 24 (nel Sud risiede il 70% del totale). Uno stato di difficoltà reso ancora più evidente dall'intensità del fenomeno (ovvero quanto sono povere le famiglie): in quest'area raggiunge infatti il 22,7%, rispetto al 17,5% e al 18,9% nel Nord e nel Centro.

Dal punto di vista regionale la povertà relativa è risultata meno diffusa in Emilia Romagna, dove l'incidenza è pari al 2,5% sul totale delle famiglie, valore non significativamente diverso da quelli registrati in Lombardia, in Veneto e nella provincia di Bolzano (tutti inferiori al 4,5%). Più elevate, invece, le incidenze osservate in tutte le altre regioni del Centro-nord: dal 4,6% della Toscana al 7,3% dell'Umbria.

La diffusione della povertà nelle regioni del Mezzogiorno è comunque più elevata rispetto al resto del Paese. Fa eccezione l'Abruzzo dove la percentuale delle famiglie in difficoltà è risultata dell'11,8%, valore che si discosta poco dalla media nazionale. Più contenuto è il dato della Sardegna (15,9%) e della Puglia (19,4%). L'allarme, invece, riguarda le famiglie campane e siciliane: l'incidenza della povertà arriva rispettivamente al 27% e al 30,8%. Dal punto di vista delle cause l'elevato numero di componenti famigliari, la presenza di figli (soprattutto se minori) o di anziani, il basso livello di istruzione, una ridotta partecipazione al mercato del lavoro sono i fattori principali di impoverimento.

In generale, le famiglie più povere sono quelle con cinque o più componenti: in Italia il 26,2% di queste unità vive in una situazione di disagio, percentuale che balza al 39,2 nel Mezzogiorno. Si tratta spesso di coppie con tre o più figli e di famiglie con componenti aggregati. Le difficoltà economiche associate alla presenza di più figli si fanno ancor più evidenti quando questi sono minori. L'incidenza di povertà, che è pari al 13,6% se in famiglia ci sono due figli e al 24,5% se i figli sono tre o più, sale rispettivamente al 17,2% e al 27,8% quando i ragazzi sono di età inferiore ai 18 anni. Il fenomeno ha una veste preoccupante nelle regioni del Sud dove risiede anche la maggior parte di tali famiglie: in queste aree è povero circa il 42,7% delle famiglie con tre o più figli minori.

Per comprendere meglio la diffusione del fenomeno povertà è utile allargare i valori della soglia convenzionale con parametri aggiuntivi pari all'80% e al 120% dello standard. Tali punti di riferimento permettono di individuare quattro gruppi di famiglie: quelle “sicuramente non povere”, che presentano i livelli di spesa per consumi più elevati (+20% rispetto al valore standard); quelle “quasi povere”, con una spesa mensile che si colloca tra la linea standard e il 120%; quelle “appena povere”, con spesa inferiore alla linea di non oltre il 20%; quelle “sicuramente povere”, con spesa inferiore all'80% della linea standard.

Nel 2005 circa 1 milione 179 mila famiglie sono risultate sicuramente povere (5,1% del totale). Circa i tre quarti di queste famiglie risiede nel Mezzogiorno. Risulta appena povero, avendo valori della spesa di non molto inferiori alla linea standard, il 6%. Il rapporto si inverte nelle regioni del Nord e le famiglie appena povere sono quasi il doppio di quelle sicuramente povere (2,9% contro l'1,6%). Rischia di diventarlo il 7,9% delle famiglie, che presenta livelli di spesa per consumi superiori alla linea standard di non oltre il 20% (il 13,3% nel Mezzogiorno). Le famiglie “sicuramente non povere”, infine, sono l'81% del totale, ma variano tra il 90,4% del Nord, l'88,2% del Centro e il 62,7% del Mezzogiorno. Ne deriva che più della metà delle famiglie sicuramente non povere (53,8%) risiede al Nord.
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