13/06/2005 Comunicazione
Buona fortuna, Julio

Julio Garcia Romero
Julio Garcia Romero

Dalle due tazze di caffé saliva una linea di fumo che si perdeva nell´aria, lasciando solo una scia di aroma. Sopra di noi, il cielo era di un blu intenso, la polvere era stata sciacquata via dal temporale. Ora, oltre i profili della città di Quito, si stagliavano all´orizzonte le imponenti sagome dei vulcani. Julio fissava quella lieve linea di vapore, le sue parole sembravano salire verso il vento come il fumo caldo, ma venivano da un ricordo nero, cupo come il fondo di quella tazza di caffè.

Eravamo di ritorno da un viaggio di tre giorni. Io, in Ecuador per la missione Microfinanza Campesina del Credito Cooperativo. Julio, in una valle lungo la strada, per fotografare i coltivi bruciati dalla cenere di un vulcano che in quei giorni era in eruzione e che aveva compromesso il raccolto di una vallata già segnata dalla povertà. Senza togliere lo sguardo dalla linea di vapore del caffè, Julio mi stava raccontando della sua vita. Era nato nel 1947 in Cile.

Il padre e i fratelli erano rimasti aggrappati alle pendici delle Ande a coltivare viti da vino. Julio, dopo gli studi di ingegneria, aveva trovato posto alla Citroen cilena. Sin dai tempi dell´università aveva lottato per l´uguaglianza sociale, i diritti umani, molte e troppe volte calpestati nei paesi dell´America Latina. Stringeva con disinvoltura la tazza con le due sole dita che gli rimanevano. Bevve un sorso di caffè bollente.

“Il sogno socialista di Allende durò poco , in un mattino i nostri valori di democrazia scomparvero e sprofondarono nel fango dell´ingiustizia e della violenza; non avemmo il tempo per renderci conto di quello che ci stava accadendo, del valore della libertà che avevamo costruito con fatica e che di colpo ci crollava addosso con tutto il suo dolore”.

Entrarono una mattina di settembre del 1973, Santiago era in fiamme, lo stadio si riempiva di innocenti. Le foto di occhi sbarrati, a migliaia, dietro la recinzione metallica o sulle gradinate fecero il giro del mondo, ma il mondo fece finta di non vedere o decise volutamente di tacere mentre nello stadio maledetto si consumavano torture e morte. Desaparecidos.
“Entrarono senza bussare nella nostra vita, le bambine piangevano disperate, non capivano, cercai come potevo di difenderle, mi schiacciarono a terra, sentii il dolore acuto dei colpi del calcio dei mitra, poi con violenza mi massacrarono la mano. Guardavo le bambine. E mia moglie”. Julio continuava a fissare quella lieve linea di vapore che saliva dal nero della tazza del caffé. “Me l´ han matada... Dios mio!”. Me l´hanno uccisa...Dio mio!

Non rivide mai più sua moglie. Le due figlie le abbracciò solo quando il sanguinario dittatore Augusto Pinochet Ugarte, nelle prime elezioni pubbliche dopo anni di dittatura e morte, nell´ottobre del 1988, perse il referendum. Gli anni che seguirono la rocambolesca fuga di Julio dal Cile, aiutato dalla Croce Rossa Tedesca, furono di continua crescita interiore, maturata verso un´idea profonda di giustizia e di pace.

In Nicaragua sostenne con la sua militanza il Fronte Sandinista di liberazione nazionale, ne uscì con la convinzione che la giustizia sociale si conquista lottando senza armi. Per quasi dieci anni di latitanza divise un piccolo appartamento con l'amico scrittore Luis Sepulveda.
“Luis usava la penna, io la macchina fotografica e la cinepresa, per raccontare la realtà umana, l'indigenza della gente latino-americana, per dare voce ai poveri, schiavi innocenti dell'ingiustizia sociale del mondo”. Ma la giustizia non è di questo mondo. Il dittatore cileno vive beato e scusato. La storia né condanna né perdona, dimentica e puntualmente cade nella banalità del male.
“Dentro di me porto sentimenti di rabbia e perdono, un poco e un poco, momenti duri della vita che non vogliono passare e speranze che si accendono. In Ecuador ho ritrovato un equilibrio, una famiglia; lavoro per i poveri, per dar risalto ai loro mille problemi, per riscattare la loro cultura e dignità.

Ora mi sto impegnando per il popolo della selva amazzonica, per i campesinos delle Ande, per gli ultimi; combatto una battaglia senza armi e sogno giustizia e pace per il mio popolo. Non ho un'automobile, non ho una casa, ho però la soddisfazione di servire la causa dei poveri e costruire una coscienza sociale”.
Restammo insieme altri giorni a Quito, parlammo a lungo, avevamo entrambi una passione per le montagne e l'avventura, ci scambiammo una promessa: sarei ritornato per legarci in cordata e salire le altissime cime ghiacciate che bucano le nuvole dei vulcani d'Ecuador. Non ho fatto in tempo a mantenere la mia promessa.

“Un clima da guerra civile sta caratterizzando Quito in queste ore. Negli scontri è morto un giornalista cileno, Julio García Romero, fotoreporter di 58 anni, che da vent'anni viveva in Ecuador, costretto a fuggire dalla dittatura cilena di Pinochet” recita un articolo di Peacereporter. Perdere un amico è provare il dolore di una ferita profonda difficilmente curabile dall'illusione che sia solo sorte o destino.

Rimane il ricordo del nostro abbraccio all'aeroporto e poi, da lontano, delle sue braccia alzate, del sorriso solare tra la folta barba bianca - Feliz viaje, amigo mio - e di me che alzavo le braccia per gridare - Suerte Julio - (Buona fortuna Julio). Vorrei gridarlo, ora, ancora al suo spirito.

di Valerio Gardoni

Un ricordo di Julio García Romero del suo amico scrittore Luis Sepulveda apparso su Il Manifesto.
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