17/03/2005 Economia e Finanza
Quando difetta la fiducia nel futuro

I debiti delle famiglie italiane verso le banche stanno da tempo crescendo. Hanno raggiunto i 340 miliardi di euro, una somma assai ragguardevole sebbene ancora molto lontana dalla consistenza che hanno raggiunto negli altri Paesi evoluti e, soprattutto, negli Stati Uniti.

Di ragioni che spiegano un dato di indebitamento strutturalmente molto più basso di altri sistemi ce ne sono diverse: in parte è un fatto caratteriale, in parte è la conseguenza del profondo dissesto che caratterizza la finanza pubblica dagli anni ´70 ai primi anni ´90, in parte ancora è dovuto alla recente dinamica dei redditi. Il dato caratteriale è cosa ben nota: per la maggioranza dei nostri concittadini il debito ha una valenza negativa, è quasi un´onta; gli italiani sono un popolo risparmiatore e della stagnazione di questi ultimi anni - lo rilevano le più recenti indagini demoscopiche - lamentano soprattutto la crescente difficoltà a risparmiare.

Il dissesto della finanza pubblica nei decenni passati ha concorso a contenere l´indebitamento delle famiglie, perché il disavanzo dei conti pubblici era molto elevato (e disavanzo significa che lo Stato immette nel sistema economico molte più risorse di quante ne prelevi attraverso la fiscalità) e perché per finanziarlo venivano emessi titoli del Tesoro con tassi di rendimento assai elevati che si ripercuotevano su ogni forma di costo del denaro scoraggiando, appunto, l´indebitamento.

Negli anni più recenti, poi, i redditi reali disponibili (disponibili al netto delle spese dovute o comunque irrinunciabili) sono diminuiti ponendo ampie fasce di popolazione nella necessità di contrarre debiti per poter far quadrare i bilanci familiari. Modelli di vita dispendiosi (viaggi, vacanze, telefonini, televisori al plasma, ecc.) sono altri incentivi a contrarre debiti.

Si aggiunga a tutto questo che con l´avvento dell´euro i tassi di interesse sono scesi a livelli dei quali gran parte della popolazione non aveva esperienza, sicché sono fiorite una infinità di formule promozionali - dai tasso zero al compri oggi e cominci a pagare tra un anno o più - che altro non sono che una sollecitazione ad indebitarsi.

C´è poi il caso specifico dei mutui fondiari, il cui costo ridotto ha attivato una domanda assai vivace di abitazioni (con il forte rincaro dei prezzi che ciascuno sa) dovuta non tanto all´acquisto della prima casa (la cui proprietà è già molto diffusa) quanto alla sostituzione della propria abitazione e soprattutto all´acquisto per investimento dal momento che il canone di affitto consente di pagare un mutuo e, dunque, di acquisire a patrimonio una abitazione senza uno sforzo finanziario consistente.

L'acquisto della casa, per altro, è un investimento al quale molti sono arrivati per esclusione, ossia dopo aver fatto in campo finanziario esperienze negative (azioni), o deludenti sotto il profilo dei rendimenti (obbligazioni), o addirittura traumatiche con la perdita di una cospicua parte del capitale (obbligazioni dei gruppi in dissesto). Questo forte e continuo incremento dell'indebitamento delle famiglie può porre problemi sia sociali, sia di governo dell'economia.

L'indebitamento per finanziare i consumi è fisiologico quando si tratti di rimediare ad una insufficienza del reddito che può essere ritenuta temporanea, ma quando tale prospettiva di temporaneità non ricorre diventa patologico, intanto perché è premessa di un ulteriore peggioramento della condizione patrimoniale (il reddito sarà sempre insufficiente e per di più occorrerà provvedere al pagamento degli interessi ed al graduale rimborso del debito) ed inoltre perché espone alla lievitazione dei tassi di interesse che, seppure al di fuori di un orizzonte di breve termine, potrebbe sempre verificarsi con la conseguenza, in questi casi finanziariamente già rigidi, di acuire il disagio sociale e di determinare diffusi problemi di insolvenza.

Qualcuno potrà osservare che, con l'esaurimento della anomalia di uno Stato che, anziché prelevare risorse con le tasse, se ne faceva prestare una consistente parte emettendo titoli (cosa che ha generato la gigantesca ricchezza finanziaria delle famiglie), il modello italiano non fa che avvicinarsi a quello di altri Paesi nei quali è consistente la quota di popolazione che vive sul revolving del credito.

Forse non è un caso che i sistemi dove maggiore è l'indebitamento delle famiglie sono quelli nei quali le condizioni di vita sono più dure, nei quali è maggiore la sperequazione distributiva e nei quali chi non riesce nella vita viene considerato o un incapace o un indolente. Gli italiani, e molti europei, sono orgogliosi di essere differenti, di avere comprensione per chi rimane indietro, di dare valore ad una perequazione distributiva che possa essere considerata compatibile con i sentimenti di solidarietà umana che uniscono queste popolazioni, e dunque di distinguersi da quei sistemi che non pongano la condizione umana come fine ultimo dell'attività produttiva e della politica economica..

Non ci sarebbe neppure il vantaggio, assai evidente negli Stati Uniti, della possibilità di un controllo puntuale dei cicli congiunturali come delle sollecitazioni inflazioniste. Proprio perché nel sistema americano il mercato dei consumi è basato in larga misura sulla capacità di indebitamento dei consumatori, attraverso il costo del denaro è possibile regolare la domanda con una precisione che nei Paesi nei quali l'indebitamento è mediamente più basso non è possibile.

Se si pensa al contenimento della crisi dopo l'11 settembre si può convenire che le possibilità di governo di un sistema come quello americano non sono secondarie. Ma un trasferimento in Europa in genere, ed in Italia in particolare, di quel modello genererebbe i costi sociali che abbiamo ricordato, ma senza offrire in contropartita il vantaggio di una maggiore possibilità di governo dei cicli congiunturali. Questo perché in Europa non c'è complementarità tra gestione della politica monetaria e gestione della politica economica; non c'è e non ci può essere dal momento che con la realizzazione della moneta unica la politica monetaria fa capo ad una banca centrale sopranazionale che ha come scopo esclusivamente il controllo dell'inflazione e non la crescita dell'economia, dal momento che questa dipende da fattori diversi da paese a paese e, dunque, non può essere materia di un governo sopranazionale.

E allora l'aumento dell'indebitamento delle famiglie non è un dato positivo, non alimenta una domanda che promuova la crescita dell'economia; tutt'altro. Nel nostro sistema, questo aumento non testimonia la fiducia in una crescita del reddito che, attraverso il debito, può essere in qualche modo anticipata, ma è il prodotto di una crescente sperequazione distributiva che ha accresciuto il disagio di una larga parte delle famiglie italiane; un disagio che, in quanto frena soprattutto i consumi di massa di produzione nazionale, finisce per tradursi in una ulteriore causa di stagnazione. Anche la forte crescita dei mutui fondiari, all'interno dell'indebitamento complessivo, non è un dato positivo.

Certo, alimenta l'attività edilizia, alla quale si deve gran parte della marginale crescita del Pil di questi anni. E tuttavia, una così forte e determinata domanda di case, in presenza di una grave crisi demografica, sembra originare soprattutto dalla sfiducia in altri investimenti più dinamici e produttivi: quando il risparmio affluisce sugli immobili è segno che difetta la fiducia nel futuro; e il difetto di fiducia nel futuro è la prima causa di un futuro diverso da quello che può essere desiderato.
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