09/12/2004 Interviste a...
Spazio al welfare per lo sviluppo

Vilma Mazzocco
Vilma Mazzocco

Vilma Mazzocco è la più giovane presidente di Federsolidarietà mai eletta. Ed è la prima donna. Ma non è questo il punto. Le donne sempre più coinvolte in ruoli guida?

“Non direi proprio anzi, il mio rappresenta un percorso profondamente atipico. Né saprei individuarne il perché. Sicuramente, il mio carattere ha inciso molto. Sicuramente, c´è stato un protagonismo attivo di Confcooperative, che ha creduto in me e mi ha offerto grandi opportunità”.

Sarda di Siliqua ma da anni residente in Basilicata, 42 anni, Vilma Mazzocco lavora nel mondo della cooperazione sociale da ventidue anni. Ne aveva venti, infatti, quando entra in una cooperativa romana. A Roma si laurea in psicologia, quindi si trasferisce in Molise dove, a 24 anni, diventa presidente della sua prima cooperativa sociale di tipo A attiva nel settore anziani. È lei a spingere perché la cooperativa aderisca a Confcooperative; e così, inizia il suo lungo percorso di impegno nella cooperazione sociale, impegno imprenditoriale ma anche impegno di rappresentanza. Nel ´92, infatti, approda a Federsolidarietà con l´incarico politico di vice presidente nazionale, dal 2000 è presidente di Confcooperative Basilicata, nell´aprile del 2003 assume la presidenza di Federsolidarietà.

“Fare rappresentanza è oneroso in tutti i settori, ma in particolar modo in quelli in via di sviluppo e di crescita”.

Nel ´92 la strada della cooperazione sociale era ancora tutta da costruire. Oggi, Federsolidarietà conta circa quattro mila cooperative sociali, un terzo delle quali nate per l´inserimento lavorativo di soggetti svantaggiati. 150 mila gli addetti alla Federazione, tra soci lavoratori e non (anche se i soci lavoratori superano il 70 per cento del totale). Circa 4 miliardi di euro il fatturato complessivo.

“Le cooperative B di Federsolidarietà inseriscono socialmente oltre 11 mila svantaggiati, che costituiscono circa il 45 per cento della forza lavoro di ciascuna cooperativa B. Si può stimare che queste cooperative, che rappresentano lo 0,15 per cento dell´occupazione del paese, introducano nel mondo del lavoro quasi il 3 per cento dei disabili che oggi lavorano in Italia, quindi venti volte di più del restante sistema produttivo”. 15 mila i soci volontari, “è giusto dirlo, perché a volte si ha la sensazione che la cooperazione sociale non coinvolga più il volontariato come un tempo.
E invece, abbiamo soci volontari particolarmente qualificati, che si vanno spostando dal lavoro sui servizi al lavoro in amministrazione”.

La giovane presidente parla del suo impegno, dell´impegno della cooperazione sociale, con ardore ed entusiasmo. Ma non lesina critiche.
Innanzitutto, alle forme di rappresentanza adottate dal Terzo Settore.


“È un problema di leadership, che in Italia in questo momento manca. E così, il Terzo Settore non riesce a compiere il vero salto di qualità”.

Oggi la rappresentanza è reciprocità e non opposizione. Oggi si costruisce nell´addizione e non più nella sottrazione. Si ottiene costruendo con gli altri e non togliendo agli altri. Ma come rappresentare tutto ciò perché si trasformi in politiche attive? Come evitare che lo scontro si perda nelle paludi dei capitoli di spesa del welfare? Le radici del problema sono molto più profonde.

“Innanzitutto il welfare è cambiato. In parte, grazie alla spinta della cooperazione sociale, in parte perché nuova è la società italiana ed europea, in parte perché le risorse pubbliche sono diminuite”.

In un contesto così mutante, dunque, è indispensabile non perdere la rotta. È indispensabile parlare di welfare per lo sviluppo.

“La welfare community è ormai archiviata. Il welfare deve invece essere un concetto intrinseco alle politiche di sviluppo dei territori, non più un´arena di spesa ma un´arena di investimento. Per creare sviluppo e non per compensare gli squilibri dello sviluppo. Il welfare che la cooperazione sociale intende promuovere è una strategia politica, sociale ed economica partecipata che costruisca le condizioni per lo sviluppo omogeneo del territorio. Dalla tutela alla promozione, dai bisogni ai diritti”.

Responsabilità, solidarietà, sussidiarietà, partecipazione e sviluppo, queste allora le parole chiave di un´economia territoriale nuova, di nuovi sistemi locali di relazioni fondati sulla solidarietà attiva e capaci di produrre valore fiduciario.
Eppure, la cooperazione sociale continua troppo spesso a porsi le vecchie domande. Dandosi vecchie risposte. Un esempio pratico? La presidente cita l´articolo 14 del decreto legislativo del 2003 relativo all´inserimento lavorativo dei disabili e dei lavoratori svantaggiati (art.14 D.Lgs.276/03

“Attuazione delle deleghe in materia di occupazione e mercato del lavoro, di cui alla legge 30/03”, Ndr).

“Molte associazioni di portatori di handicap - spiega - depennerebbero volentieri l´articolo, reputando ambiente troppo ‘protetto´ il lavoro dei disabili nelle cooperative sociali”.
“I livelli di fuoriuscita dei soggetti svantaggiati dalle cooperative sociali al mercato del lavoro esterno sono elevatissimi, tanto che sarebbe opportuno riconoscere alle cooperazione sociale di tipo B un reale valore pedagogico di accompagnamento al lavoro”.

Ecco dunque. Un evidente caso di errore di impostazione dovuto ad una logica di retroguardia. E invece, nel frattempo, cambiano i tempi. E cambia, deve cambiare, anche la forma di rappresentanza adottata da Federsolidarietà.

“Innanzitutto - dice la presidente - siamo convinti che l´essere parte di una organizzazione che rappresenta anche altri mondi cooperativi sia stato fondamentale. Come è stato importante che Confcooperative abbia creduto in noi da sempre, creando sin dagli anni ottanta un gruppo di coordinamento del settore, per poi arrivare alla costituzione della Federazione alla fine del 1988”.

Federsolidarietà ha così la possibilità di sedimentare saperi organizzativi, conoscenze e competenze specifiche del settore, un unicum rispetto alle altre organizzazioni di rappresentanza della cooperazione sociale.

“All´inizio, era forte l´orientamento alla promozione di cooperazione sociale e alla diffusione del nostro modello”.

Un modello basato sul radicamento territoriale e la scelta consortile, informato da un approccio multistakeholder, caratterizzato dalla piccola dimensione, a sua volta profondamente legata alla territorialità.

“Nel corso di questi anni le forme di rappresentanza si sono evolute, penetrando sempre più nel territorio”.

Nascono le federazioni regionali (“oggi sono 250 i dirigenti politici di federazioni tra il nazionale e il regionale”); quindi, le attuali trenta Federsolidarietà provinciali.

“Un´ulteriore penetrazione, dunque, e al contempo una nuova infrastrutturazione della nostra organizzazione che hanno significato ricollocare nei territori le logiche sul welfare, sedersi ai tavoli per la definizione dei piani di zona”.

Assumere un ruolo attivo appunto, cogliendo le opportunità offerte dalla legge quadro 328/2000 (“per la realizzazione del sistema integrato di interventi e servizi sociali”, Ndr) che, se ben interpretata, “è in grado di realizzare un nuovo modello di stato sociale dove le formazioni sociali private vengono chiamate a condividere le responsabilità pubbliche in un sistema integrato di interventi e servizi”. Ecco, il principio di sussidiarietà. “Il nostro modello arechetipico, dunque, è rimasto lo stesso ma si è aperto a nuovi soggetti. Se dieci anni fa, parlando di multistakeholder, intendevamo il coinvolgimento nelle nostre cooperative degli utenti, delle loro famiglie e forse dei volontari, oggi pensiamo invece ad un confronto attivo anche con altri soggetti presenti nelle comunità locali. Soggetti for profit, fondazioni, enti religiosi”.

“Mi stupisco sempre quando Stefano Zamagni - ricorda le recenti Giornate di Bertinoro per l´Economia civile - chiede al Terzo Settore di ‘uscire da una logica di nicchia per entrare in una logica di contaminazione. Perché per noi è già così e non potrebbe essere altrimenti. Noi non ci siamo mai considerati una nicchia, né ci siamo mai voluti mettere in una nicchia. Abbiamo iniziato dal piccolo ma con una visione ´da grande´.
Che non significa voler ‘diventare grandi´ ma condividere valori importanti per i nostri tessuti connettivi democratici. Tutt´altro discorso quindi”.

Probabilmente, ammette la presidente, lo stiamo facendo bene ma comunicando male. “Pensiamo alla responsabilità sociale d´impresa. Ben prima infatti che questa divenisse quasi un fenomeno di moda, molte nostre cooperative e noi stessi avevamo adottato la pratica del Bilancio sociale. Che, siamo convinti, rappresenta l´unico strumento in grado di rendere conto sia del valore della mutualità esterna prodotta, sia del valore determinato all´interno dell´impresa cooperativa”.

Rendicontare, dunque, per affermare la propria identità. E per coinvolgere la comunità.
La presidente non ha finito. Tante ancora le cose da dire. E le questioni su cui discutere. Parla della 381 del 1991, riferimento fondamentale per la cooperazione sociale in Italia
“ma ormai superata, da rivedere e ammodernare”. E poi, il problema della revisione annuale per le organizzazioni del Terzo Settore, il nuovo disegno di legge, i recenti progetti sulle mutue (“la legge italiana sulle mutue ha oltre un secolo”). E il Sud, il Sud dove la cooperazione sociale registra un tasso di crescita sostenuto, quasi raddoppiato in Basilicata.

“I patti territoriali sono strumenti già vecchi, di difficile democrazia partecipativa, un prodotto di servizio insufficiente”.

Oggi funzionano i Gal, i gruppi di azione locale, che vedono in un percorso comune enti pubblici, associazioni di categoria, organizzazioni delle piccole e medie imprese, fondazioni. E anche le banche. In particolare, Vilma Mazzocco ne cita una, una Banca di Credito Cooperativo inserita nell´azione di due Gal lucani.

“Lavoro con la BCC di Laurenzana da molto tempo e la considero una banca perfetta. Perfetta in tutti i sensi, per l´attenzione rivolta al locale, per la sua partecipazione allo sviluppo, per essere banca come lo siamo noi, ‘per´ e ‘con´ il territorio. Per essere una banca di relazione, appunto”.

Conclude con una domanda. “Me lo sono sempre chiesta, entrando nella sede di Potenza della BCC, dove la modalità di accoglienza del cliente è totalmente diversa rispetto al restante sistema bancario, in particolare nel Sud. Niente banconi alti né file disorganizzate, ma stanzette dove sedersi, tanto vetro, un´idea di pulizia e trasparenza. Anche questo significa essere banche differenti?”

Federsolidarietà
Federsolidarietà è una delle otto Federazioni nazionali - tra cui Federcasse - aderenti a Confcooperative, “l´associazione nazionale autonoma di partecipazione, assistenza, tutela e revisione del movimento cooperativo”.

Istituita nel 1988, è l´associazione maggiormente rappresentativa della cooperazione sociale a livello nazionale ed è presente in tutte le regioni italiane. Aderiscono a Federsolidarietà 4 mila cooperative sociali che contano 150 mila addetti, 15 mila volontari, circa 2500 volontari in servizio civile. Il fatturato complessivo aggregato ammonta a 4 miliardi, il capitale sociale a circa 60 milioni di euro. In Italia, ogni 15 mila abitanti c´è una cooperativa sociale di Federsolidarietà.


Le cooperative sociali
Il riferimento fondamentale per la disciplina delle cooperative sociali è dato dalla legge n.381/91 che ha riconosciuto la specificità di questa forma di cooperazione, individuandone la caratteristica peculiare nella finalità di perseguire l´interesse generale della comunità alla promozione umana e all´integrazione sociale dei cittadini.
Secondo l´articolo 1 della legge, le cooperative sociali si distinguono tra quelle che si occupano della gestione dei servizi socio-sanitari ed educativi (tipo A) e quelle che svolgono attività diverse - agricole, industriali, commerciali o di servizi - finalizzate all´inserimento lavorativo di persone svantaggiate (tipo B).


di Francesca Stella
Extranet del Credito Cooperativo
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Area riservata ai sindaci delle BCC-CR
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