05/04/2004 Interviste a...
L´uso distorto della globalizzazione: intervista a padre Alex Zanotelli

Padre Alex Zanotelli
Padre Alex Zanotelli

Il suo nome significa confusione. E´ Korogocho, baraccopoli intorno a Nairobi, capitale del Kenia. Qui negli ultimi 15 anni ha vissuto padre Alex Zanotelli, missionario comboniano tra i più tenaci nel denunciare gli effetti perversi della globalizzazione.
O meglio gli effetti della globalizzazione perversa, soprattutto in Africa. A Korogocho, padre Zanotelli ha dedicato un libro - intervista, una sorta di autobiografia raccontata con gli occhiali di chi si fa povero tra i poveri.

Cosa le ha lasciato questa esperienza, padre Zanotelli?
Una doppia, profonda traccia. Per la prima volta ho provato sulla mia pelle la sofferenza dell´altro, cosa significa essere disprezzato, umiliato. E questo cambia davvero tutto. E poi sono stato “contagiato” dai poveri nel credere che nonostante tutto la vita vince. A Korogocho anche nei momenti più drammatici, c´è la capacità di “danzare” la vita. Per me è stato un nuovo battesimo, la purificazione dello sguardo sulle cose del mondo per eliminare il senso di impotenza che ritengo il peccato più grande della nostra epoca.

Ma quale realtà ha lasciato?
Una realtà davvero terribile, assurda. L´ho definita “l´inferno dove sta Dio”. E´ il sotterraneo della vita e della storia: a Nairobi su quattro milioni di abitanti, il 70% vive in baraccopoli. E´ impressionante il passaggio dalla grande ricchezza alla grande povertà nello spazio di pochi chilometri. A Korogocho c´è un, chiamiamolo così, bagno ogni quaranta famiglie.

Di fronte c´è una collina formata da rifiuti, gente che vive nella discarica, che scava per trovare qualcosa che possa servire anche tra i rifiuti degli stessi abitanti delle baraccopoli. E il fatto è che siamo soltanto all´inizio. Il rapporto “Habitat” dello scorso ottobre dice che nel 2050 su 8 miliardi di esseri umani, sei vivranno in grandi agglomerati urbani, e di questi 3 miliardi e mezzo in baraccopoli. Non è possibile continuare a tenere gli occhi chiusi.

Nel libro che racconta questa esperienza, lei rilancia la sua sfida alla globalizzazione: quella imposta dai poteri forti, ma anche quella che ognuno di noi incarna con uno stile di vita…
Chiariamo: la globalizzazione è un fenomeno neutrale, può essere usata bene o male. Certo è che al momento attuale è cavalcata dalla grande finanza internazionale che ne fa uso per il profitto di pochissimi. Ma questa finanza è pura speculazione, come dimostrano i casi Parmalat ed Enron. Il 20% del mondo consuma l´83% delle risorse. Non arriveremo mai alla giustizia perfetta, ma bisogna almeno puntare ad una più equa distribuzione dei beni del mondo.

Occorre allora invertire la rotta, non solo da un punto di vista economico e sociale, ma anche da quello culturale. Va fatto un salto di qualità antropologico: come nacque l´homo sapiens, deve ora nascere l´homo planetarius di cui parlava padre Balducci, capace di accogliere il volto dell´altro. La convivialità delle differenze, per citare anche don Tonino Bello.

Eppure, in molti – anche nel mondo cattolico – osservano che negli ultimi 30 anni il numero dei poveri è diminuito nell´ordine di mezzo miliardo di persone. E questo è avvenuto soprattutto nei paesi dove la globalizzazione ha inciso: India, Cina, ex Unione Sovietica. Al contrario, la povertà aumenta dove la globalizzazione non arriva, come appunto nel caso dell´Africa. Qual è la sua valutazione?
Non riesco a condividere neppure una briciola di queste affermazioni. Intanto: i poveri stanno aumentando. Persino negli Stati Uniti, dove ora sono 60 milioni. Ho visitato recentemente Chicago, ho dormito nel ghetto, a tre chilometri da quella che può essere considerata la capitale mondiale dell´economia. In quel ghetto vivono un milione di neri – i bianchi non ci passano nemmeno – in una situazione di assoluta indigenza. L´anno scorso ci sono stati 400 omicidi.

Quanto all´Africa, la globalizzazione sta arrivando, eccome. Quella portata di peso dall´America, che tenta di inglobare il Continente Nero nel mercato, facendo leva sulla presenza finanziaria in Sudafrica. L´Africa è la nuova frontiera per buttare i prodotti delle multinazionali, i nostri mercati ormai sono saturi. Al vertice Wto dello scorso ottobre a Cancun in Messico, i paesi africani hanno avuto per la prima volta la forza di abbandonare le trattative in corso, non sentendosi più rappresentati nell´organismo che sovrintende il commercio internazionale. Mi sembra un segno importante di risveglio e di consapevolezza, di cui è impossibile non tener conto.

La domanda che ci dobbiamo fare è: dove stiamo andando? Tutto è business , tutto è fame. Le politiche di privatizzazione peggiorano lo stato delle cose. Un esempio su tutti: l´acqua. Quando i poveri dovranno comprarsi le bottiglie d´acqua minerale sarà un genocidio. Non dimentichiamo che un miliardo di persone vivono con un dollaro al giorno, e altri 2 miliardi con meno di due dollari.

In che misura la guerra al terrorismo internazionale, dopo l´11 settembre, ha inciso nella lotta alla fame nel mondo?
Moltissimo. La guerra vera che si sta combattendo è quella contro i poveri. Ed è combattuta con l´arma del silenzio. In Congo negli ultimi tre anni ci sono stati quattro milioni di morti, ma nessuno ne parla. Ci sono fortissimi interessi economici di Stati Uniti ed Europa per impadronirsi di minerali indispensabili per l´alta tecnologia.

Intanto Washington nel 2003 ha investito in armi 400 miliardi di dollari. A questi vanno aggiunti 38 miliardi per i servizi segreti, 60 miliardi depositati per il rinnovo delle armi atomiche, altri 50 depositati per lo scudo spaziale. E ancora: 80 miliardi spesi per la guerra in Iraq (e Bush ne ha chiesti altri 87 per continuarla). C´è poi da considerare tutto il grande affare della ricostruzione.

Queste cifre ci parlano di una follia totale, se pensiamo che la banca mondiale ci dice che con 13 miliardi di dollari si risolverebbero le emergenze di fame e sanità per un anno in tutto il mondo. Oltretutto, questa lunga guerra non risolve il problema del terrorismo internazionale. Anzi lo aggrava, perché ora l´Islam si sente attaccato dall´Occidente cristiano ed è ormai innescato un meccanismo di rancore reciproco con conseguenze certamente tragiche.

Parlavamo prima di stili di vita: negli ultimi anni abbiamo assistito al crescere delle botteghe del commercio equo e solidale. E´ un´esperienza efficace così com´è o va cambiato qualcosa?
Il commercio equo e solidale è una pietra preziosa. Significa dare il giusto a chi produce, creare le condizioni per una diffusa resistenza allo sfruttamento del terzo e quarto Mondo. Ma conoscendo il mercato attuale, ho paura che il commercio equo e solidale possa essere relegato ad una sorta di fiore all´occhiello del sistema, che è capace di fagocitare tutto e tutti. Non si devono assumere i parametri del mercato. Mi riferisco alla tendenza ad andare nella grande distribuzione. Per carità, una scelta non sbagliata di per sé. Ma occorre fare uno sforzo parallelo, e altrettanto forte, per aiutare la gente a capire cosa c´è dietro questa esperienza. Non è vendendo di più, non è accrescendo il fatturato, che si fa un buon servizio alla causa del Sud del Mondo. La grandezza del commercio equo e solidale sta nell´essere il granello che inceppa un meccanismo perverso di ingiustizia; nell´essere un movimento popolare, un formidabile strumento politico e culturale.

Come giudica, padre Zanotelli, le esperienze di microcredito, come quello attuato dalla Federcasse in Ecuador?
E´ una cosa molto importante e bella, che in base a quello che ho visto ha dato ottimi risultati e deve essere promossa. Ma anche in questo caso bisogna stare molto attenti. Non è tutto così facile e scontato, bisogna andare al di là delle buonissime intenzioni. Non è possibile impiantare l´esperienza senza conoscere il retroterra, altrimenti c´è il rigetto. Vanno studiati luogo e cultura, perché quello che funziona in un posto può non funzionare altrove. E´ necessario sperimentare, soprattutto dove c´è un minimo di stabilità politica e sociale. Noi abbiamo provato il microcredito anche a Korogocho. Ma lì è impossibile, si lotta per la sopravvivenza, non c´è e non può ancora esserci la cultura della restituzione. Ma è importante aiutare la gente a mettersi insieme, a creare cooperative, fondamentali per la rinascita anche della dignità della persona. Nulla è facile. Però mi diceva una donna keniana, architetto: grande ricchezza e grande povertà portano entrambi ad estremo individualismo.

di Giampiero Guadagni



Padre Alex Zanotelli è nato a Livo (Trento) il 26 agosto del 1938. Partito come missionario comboniano per il Sudan, dopo otto anni, viene allontanato dal governo a causa della sua solidarietà con il popolo Nuba. Negli ultimi quindici anni, il lavoro di missionario, si è svolto a Korogocho, una delle baraccopoli che attorniano Nairobi dando vita a piccole comunità cristiane, e anche a una cooperativa che si occupa del recupero di rifiuti e dà lavoro a numerosi baraccati. Dallo scorso anno la missione di padre Zanotelli si è trasferita in Italia, al Rione Sanità di Napoli.


L´intervista sarà pubblicata sul n. 4 di ¨Credito Cooperativo¨, la rivista mensile delle Banche di Credito Cooperativo.
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