08/03/2004 Interviste a...
L´individuo, protagonista dell´economia

Aly Baba Faye
Aly Baba Faye

Fattore ¨rischio¨: occasione e stimolo ad accrescere le proprie conoscenze o fattore di precarizzazione del lavoro?
Se guardiamo alle nuove figure che stanno modificando sempre più il mercato del lavoro, come i contratti a progetto e i contratti di collaborazione, è chiaro che siamo di fronte a figure lavorative in cui la persona si trova a scommettere su se stessa. Così, se l´individuo ha il know how e i contatti giusti può godere di una grossa opportunità, perché ha la possibilità di lavorare autonomamente e anche di guadagnare bene in alcuni casi.

Molte volte, però, i contratti di collaborazione derivano da esigenze di riduzione del personale e di riduzione dei costi. E allora è chiaro che si tratta di semplice precarizzazione del lavoro.
Insomma, credo che rischi e opportunità siano le due facce della stessa medaglia, perché un rischio può trasformarsi in una grande opportunità e un´opportunità in un grande rischio.

Puntare tanto sull´autonomia e l´indipendenza dell´individuo-lavoratore può sembrare un´utopia?
Bisogna distinguere. Lavoro atipico è un´espressione molto ambigua. Se per “atipico” si intendono le nuove forme di lavoro che non rispondono ai dettami del lavoro fordista, allora quest´espressione risponde a un dato di fatto, in quanto stiamo assistendo a un processo di trasformazione che prevede nuovi modelli di organizzazione e l´apertura dei mercati: tutti fattori che portano le imprese a ripensare al lavoro e a come valorizzarlo. All´interno di questa ricerca di maggiore contemperanza del fattore lavoro rispetto ai bisogni dell´azienda, la parte più dolorosa è costituita proprio dalla precarietà e l´incertezza.

Mentre prima ai lavoratori si chiedeva di lasciare la loro soggettività fuori dalle mura della fabbrica adesso si chiede maggiore coinvolgimento per il raggiungimento degli obbiettivi dell´azienda e nello stesso tempo non gli si offrono garanzie di stabilità. In termini dimensionali, c´è un numero sempre più consistente di persone che si trovano in questa situazione: reddito molto contenuto e assenza di tutele e garanzie.

Ma non si può passare da un eccesso all´altro. Per cui accanto al sistema tradizionale di garanzie, che devono comune esserci, bisogna aprire nuovi spazi per chi non ha i mezzi per acquisire una grande azienda, ma ha delle competenze che vuol valorizzare, lavorando in proprio in maniera indipendente.

Si tratta ovviamente di una minoranza dotata di alta professionalità. Perché se una persona si muove nel solco di certe tipologie di lavoro a basso contenuto professionale, è chiaro che si va incontro alla precarizzazione e alla marginalizzazione nel mercato del lavoro.

Si tratta di un che fenomeno va di pari passo con l´accrescimento del know how?
C´è una capacità di apprendimento maggiore, c´è una democratizzazione del sapere, nonostante esistano dei limiti economici che, per esempio, non consentono a tutti di frequentare un master post universitario. Tuttavia, ci sono più offerte formative che contribuiscono a rendere più democratico l´accesso al sapere. E questo vale per tutti, così come vale per tutti il rischio del rapido deterioramento delle conoscenze che pone l´individuo di fronte all´esigenza di un aggiornamento continuo.

L´innovazione tecnologica è talmente veloce che le conoscenze e le professionalità invecchiano assai rapidamente, per cui bisogna aggiornarsi continuamente. Ma questo processo andrebbe sostenuto, altrimenti si rischia un analfabetismo di ritorno, che non significa solo non saper leggere e scrivere, ma non saper utilizzare determinate tecnologie.

Il capitalismo personale sta proprio in questa capacità di cambiamento e innovazione?
Sì, se parlando di capitalismo personale si pensa all´individuo dotato di conoscenza, capacità di relazionarsi e valorizzare le reti. Molte aziende, anche le più grandi nella storia del capitalismo, sono nate per iniziativa di una singola persona. E non è un´utopia né una bestemmia che un individuo possa dire: “io non mi colloco dentro la sfera del lavoro, nella tradizionale divisione tra lavoro e capitale, ma mi colloco nel mezzo, ponendo me stesso come capitale”.

Il mondo dell´impresa in Italia è pronto a investire sulle risorse personali, cioè sulla creatività e l´originalità dell´individuo?
In Italia ci sono dei ritardi. È chiaro che servono delle politiche di accompagnamento, altrimenti si cade nella logica dell´individualismo puro, in cui si salvi chi può. Per esempio in Italia la formazione continua a costare troppo, mancano politiche adeguate per le case dello studente, le borse di studio e così via. Inoltre si investe poco nella ricerca e nell´innovazione. Le stesse aziende hanno una cultura molto legata alla dimensione familistica.

Cosa ci si prospetta davanti: un mondo in cui chi è in gamba e pronto a mettersi in discussione va avanti e chi ha meno energie ed è meno attrezzato al cambiamento è destinato a soccombere?
È chiaro che la prima figura ha più chance, ma non credo che assisteremo ad un´implosione del lavoro fordista a breve termine. Siamo nel bel mezzo di una grande transizione in cui l´organizzazione fordista del lavoro è più che presente, sebbene accanto a forme innovative di organizzazione e di lavoro.

E queste realtà coesisteranno per lungo tempo, perché alcuni continueranno a scegliere il lavoro dipendente, mentre altri preferiranno scommettere su loro stessi e rischiare. Quindi, da un lato ci saranno i cosiddetti capitalisti personali, per cui le cose andranno avanti tra successi e sconfitte, e dall´altro i lavoratori dipendenti che scommettono su una presunta stabilità del lavoro che nessuno può garantire.

Piaccia o non piaccia, il mercato del lavoro, o meglio il mercato delle prestazioni lavorative, è anch´esso sottoposto alle regole della competizione. Un banco di prova sarà rappresentato dall´ingresso dei nuovi paesi nell´UE a partire dal 1 maggio 2004.
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