12/02/2004 Interviste a...
Mario Rigoni Stern, il saggio dell´Altopiano

“Le conosco relativamente - dice Mario Rigoni Stern, invitato a parlare delle Casse Rurali ed Artigiane - perché, anche se sull´Altopiano sono state fondate Casse Rurali alla fine del 1800, ad Asiago è stata aperta una filiale solo negli anni ´80 dalla CRA di Roana. Ad Asiago c´era una banca popolare. Poi operai, contadini ed artigiani, durante i momenti duri che ha patito la nostra regione, avevano messo su le cosiddette casse peota: ogni socio lasciava qualcosa che in caso di necessità andava ripartito tra tutti, secondo esigenze ed emergenze”.

Il Veneto di cui parla Mario Rigoni Stern era terra di grande povertà in quegli anni. Si diffondevano questi soggetti finanziari spontanei nati come associazione di risparmiatori e facenti capo ad un´osteria o ad un prete (peota evoca già nel nome il piccolo), diversi dalle banche tradizionali con fini di lucro, nati sul finire dell´800 come risposta alla stessa questione sociale e al fenomeno dell´usura per cui nacque il movimento cooperativo delle Casse Rurali ed Artigiane.

Terra quella dell´Altopiano dei Sette Comuni a cui la fine della prima guerra mondiale lascia tante emergenze a cui poi segue lo spopolamento. “C´era una gran miseria - sottolinea lo scrittore - e conseguentemente emigrazione, accattonaggio. C´era gente che rischiava la vita per recuperare residuati bellici. Andavano a setacciare tutta la montagna e cambiavano ferro per formaggio.
Tutto questo dura fino a tutta la seconda guerra mondiale. Un periodo di notevole povertà.”

Qualcosa è cambiato da allora?
“Non c´è più quella povertà così diffusa e profonda. Il turismo ha portato un movimento economico che ha ridato un po´ di ossigeno all´economia di questi luoghi. Certo molte cose sono cambiate da allora. Sono spariti i mestieri. Maniscalco, ferraiolo, sono competenze che non ci sono più. Le botteghe sono state sostituite dai supermercati. Persistono vecchie culture come quella dei malgari e contadini, ma sono una voce che va a scomparire nel piano economico di questa terra.

La vita si è spostata nella fascia pedemontana grazie alla creazione di piccoli nuclei industriali e la montagna è sempre più abbandonata mentre avrebbe bisogno di attenzioni e di finanziamenti, non per costruire impianti di sci o piste di neve artificiale, ma per aiutare i montanari a preservare un habitat così meraviglioso.”

A proposito di industrie, molti lamentano il disboscamento come segnale di un degrado crescente dell´antico assetto montano. Lo condivide?
“La gente parla senza sapere le cose. Si fa un gran dire di alberi e disboscamento. In generale si parla tanto di natura nei salotti, nelle conferenze, ma pochi ne sanno veramente. C´è una specie di retorica della natura. La gente dimentica che l´Italia negli ultimi cinquecento anni non è mai stata così coperta di foreste. Chi si profonde in grida di allarme per la situazione boschiva del nostro paese in realtà dimostra di avere poca dimestichezza con la natura ed in genere con l´ecologia.

Il vero problema è l´inquinamento atmosferico: quello dovuto alle fabbriche e quello determinato dal grande abuso dei riscaldamenti. Quasi un terzo del paese è invece coperto di foreste, il punto è che sono mal regolate. Lo stato non investe abbastanza. Il bosco ha bisogno di essere lavorato e di chi lo lavora. Ed è un processo lungo che non dà risultati nell´immediato come una coltura stagionale che la vedi subito. Non ci vogliono anni ma intere stagioni. È un investimento a lunghissimo termine e forse è per questo che la gente non ci si dedica, non ha interesse a farlo.

Un altro tema ricorrente dell´ambientalismo è l´estinzione di alcune specie animali. Anche nel caso degli animali spesso si eccede nell´allarmismo. Gli animali ci sono. Stanno ritornando. L´aquila, i camosci, addirittura la lince.

Il vero problema di cui dovrebbe occuparsi l´ambientalismo è la soglia così pericolosa dell´inquinamento atmosferico dovuto essenzialmente alle automobili e ai riscaldamenti delle abitazioni ancor prima che alle industrie. D´estate, per farle un esempio, salendo le cime, trovo le tracce d´unto che lasciano gli scarichi degli aerei.”

Che rapporto ha col denaro?
“Il mio rapporto è quello di una persona che ha lavorato una vita. E che a ottantadue anni deve ancora lavorare perché la pensione è ben bassa.”

C´è qualcosa che la preoccupa e c´è un consiglio che si sente di dare per il futuro? “L´unico consiglio è quello di non sprecare. Quello che abbiamo deve servire per vivere e non per essere sprecato mentre sempre più spesso, anche nelle case, si tende a buttare. Si fanno scadere i farmaci che poi si buttano ed è così anche per altre cose. È un modo di fare che non coincide con la situazione di emergenza che c´è.



Mario Rigoni Stern è nato ad Asiago (Vicenza) il 1 novembre 1921 in una famiglia numerosa dedita al commercio di prodotti delle malghe alpine, pezze di lino, lana e manufatti in legno della comunità dell´Altipiano. A 23 anni,dopo essersi arruolato volontario in una scuola di alpinismo, è richiamato durante una licenza e coinvolto nelle operazioni della guerra che lo vede impegnato sui fronti di due delle campagne più dolorose per il nostro esercito, quelle di Albania e Russia da cui scampa tra pochi con oltre due anni di lager che lo segnano profondamente.

L´inizio della sua opera, le sue prime pagine, sono quelle che danno avvio a Il sergente nella neve e sono parole forti: “Ho ancora nel naso l´odore che faceva il grasso sul fucile mitragliatore arroventato. Ho ancora nelle orecchie e sin dentro il cervello il rumore della neve che crocchiava sotto le scarpe, gli starnuti e i colpi di tosse delle vedette russe, il suono delle erbe secche battute dal vento sulle rive del Don.

Ho ancora negli occhi il quadrato di Cassiopea che mi stava sopra la testa tutte le notti e i pali di sostegno del bunker che mi stavano sopra la testa di giorno. E quando ci ripenso provo il terrore di quella mattina di gennaio quando la katiuscia, per la prima volta, ci scaraventò le sue settantadue bombarde”.

Il ritorno ad Asiago, il difficile reinserimento - lavorerà al Catasto fino al 1970 - e la scrittura che poi per quasi cinquant´anni accompagnerà la sua vita, fanno seguito alla triste esperienza bellica. Esempio di una letteratura tradizionale che si svolge sulla linea di memoria e natura, l´autore di Asiago ha raccontato ad un tempo nei suo libri la triste saga della II guerra mondiale e la bellezza della sua terra.

Sul finire del 2003 nella prestigiosa serie I Meridiani (Mondadori) è uscito il volume che raccoglie e celebra tutta la sua opera sotto il titolo Storie dall´Altipiano, per la cura di Eraldo Affinati. Rigoni Stern, che è considerato uno dei nostri narratori più intensi aveva esordito nel 1953, ospite della famosa collana einaudiana “I gettoni” curata da Elio Vittorini (suo primo mentore), con il già nominato Il sergente nella neve. Ricordi della ritirata di Russia (riuscito, poi, sempre per i tipi Einaudi, che non hanno mai smesso di proporne le opere, nel 2001, in una nuova edizione in occasione dell´ottantesimo compleanno dell´autore).

Tra i suoi libri successivi ricordiamo: Quota Albania (1971), Ritorno sul Don (1973), Storia di Tönle (1978,Premio Campiello). Bellissimi anche i volumi che raccontano della sua grande passione per la terra: Il bosco degli urogalli (1962), Uomini, boschi e api (1980), Il libro degli animali (1990), Arboreto salvatico (1991). Non molto tempo fa, in una video intervista dell´attore teatrale Marco Paolini, il regista Carlo Mazzacurati ha tracciato un ritratto del famoso scrittore asiaghese. Da qualche giorno gli è stato consegnato il Premio Chiara alla carriera.
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