05/02/2004 Economia e Finanza
Le lezioni del caso Parmalat

Due aspetti - la vigilanza sull´attività delle imprese bancarie ed il distorto rapporto tra finanza ed attività economica reale - si sono posti in evidenza fin dalla emersione di questo eclatante caso.

Altri, però, e più profondi sono emersi nel prosieguo del dibattito che si è aperto e che si è ampliato in modi e con contenuti emblematici - inquietantemente emblematici - di una epoca come la nostra nella quale la forza mediatica prevale su quella della coerenza degli ordinamenti e persino su quella dei fatti oggettivi.

Il primo fatto oggettivo da considerare è che il caso Parmalat si è rivelato una gigantesca truffa consistente nella perpetuazione di una immagine dell´azienda del tutto virtuale, costruita (con una stupefacente abilità, bisogna dire) un po´ con labirintiche manovre finanziarie imbastite con società ed intermediari dei cosiddetti paradisi fiscali; un po´ falsificando le carte per documentare incassi, depositi, ricavi; un po´ infine con immaginari introiti di immaginarie operazioni, come la vendita del marchio Santal, o come la fornitura di latte in polvere a Cuba.

Una truffa, anche se grande, gigantesca, è sempre una truffa che va prevenuta più con la deterrenza della pena (e dunque della sua severità e della sua certezza) che con norme volte ad impedirne la realizzazione. Chiunque potrebbe prelevare da un bancomat denaro con una tessera clonata, ma questo non implica che ogni volta che debba essere prelevato denaro debba scattare una procedura di accertamento della validità e della correttezza della tessera e di chi la usa.

A sentire o leggere molti commenti, invece, è questo che si sottintende quando si agita la questione dei controlli o di riforme “volte a prevenire casi analoghi a quello della Parmalat”.
Cavalcare lo sdegno per una tanto colossale truffa è facile, specie per chi tende a ricavarne consensi politici. È assai più difficile rispettare un vincolo di coerenza con i princìpi di un sistema di mercato, di competizione, di libertà di iniziativa, ma anche di difesa di alcuni interessi strategici dell´economia nazionale.

In un sistema competitivo una banca deve essere libera di erogare credito a chi ritenga di doverne erogare assumendosene il relativo rischio con l´unico limite posto dalla capacità del proprio patrimonio a coprirlo. Se questa libertà fosse in qualche modo limitata, gli amministratori della banca verrebbero deresponsabilizzati, e responsabile diverrebbe l´autorità che impone quel limite, sicché - esclusa l´utopia di una abolizione del rischio di credito - l´azionista di una banca che venisse danneggiata a motivo di una insolvenza potrebbe a buon diritto rivolgersi a Banca d´Italia per non aver impedito la concessione di quel credito.

Un paradosso di questo genere ha circolato liberamente in tutto il dibattito seguito alla insolvenza della Parmalat, e continua a circolare per opera di quanti, anche tra gli esponenti politici più autorevoli, continuano a prospettare la possibilità che, con riforme di ordinamento, casi del genere possano essere prevenuti. Sicuramente l´acquiescenza verso il gruppo parmense di banche, intermediari, società di certificazione, intermediari finanziari italiani ed esteri (soprattutto esteri) dimostra il perverso processo attraverso il quale la globalizzazione ha determinato la prevaricazione della speculazione di breve periodo sulle strategie di investimento più consolidate e basate sull´impegno necessario per affrontare tempi lunghi; di conseguenza ha determinato una tensione di amministratori e gestori verso i risultati immediati, verso quella “creazione di valore per gli azionisti” deleteria in quanto ha portato a trascurare il futuro patrimoniale anche lontano; ha quindi determinato una propensione a gonfiare i bilanci più che a sviluppare le sottostanti attività reali, ad un tempo rendendo sempre più facile poterlo fare utilizzando le compiacenti sponde di paesi, anche europei, che di tale compiacenza hanno fatto un business.

Questa realtà è stata del tutto ignorata riducendo un problema avvertito in tutto il mondo, e che in tutto il mondo ha determinato dissesti, ad una dimensione nazionale all´interno della quale una autority dotata degli opportuni poteri sarebbe la chiave per evitare la ripetizione di casi del genere. Nel pur ampio dibattito che si è sviluppato, nessuno ha individuato carenze tecnico-oggettive nell´operato delle autorità di controllo; nessuno ha detto cosa si sarebbe dovuto fare e non è stato fatto; nessuno ha spiegato cosa e perché dovrebbe migliorare se una delle tante riforme delle quali si parla dovesse essere adottata.

È paradossale, ma il dibattito si è sviluppato fin nelle sue articolazioni governative e parlamentari senza avvertire la necessità di esplicitare queste basilari argomentazioni. Ed infatti, mentre non si leggono analisi o dichiarazioni che focalizzino l´attenzione sui costi di una liberalizzazione che ha moltiplicato le possibilità operative della finanza senza accrescere l´armonizzazione e neppure un coordinamento (cosa che è stata fatta, ad esempio, per i flussi di denaro del terrorismo internazionale), e mentre alla questione dei controlli dall´interno nelle imprese è dedicata una attenzione a dir poco marginale, il dibattito si è concentrato sulla riforma delle autority col fine della tutela del risparmio.

Un fine demagogico, come è evidente nel fatto che il mercato offre e deve offrire una varietà ampia di combinazioni tra rischio e rendimento tra le quali quelle che rendono maggiormente hanno un rischio elevato, il quale è tale proprio perché vi è la possibilità che il debitore possa per un qualsiasi motivo rivelarsi insolvente. Dopo la vicenda Cirio il risparmio che vuole davvero essere tutelato ne ha la possibilità scegliendo i propri investimenti nella lista dei titoli a basso rischio promossa dal Consorzio Patti Chiari dell´Abi, senza bisogno di autority nuove o vecchie.

Ma i fatti oggettivi ed i ragionamenti non contano; conta piuttosto il fine sul quale tutte le parti politiche si sono in qualche modo ritrovate di ridiscutere ruolo e poteri di Banca d´Italia. Da quando non ha più in mano la politica monetaria e la fissazione del tasso di sconto, non c´è più un timor reverentialis ad impedire che ruolo e poteri di Banca d´Italia fossero messi in discussione. Ed infatti lo sono, soprattutto per ridurli, tutte o quasi le forze politiche convenendo sulla opportunità di risolvere il conflitto tra il compito di salvaguardare la stabilità patrimoniale delle imprese bancarie e quello di promuovere e tutelare la concorrenza tra le imprese bancarie stesse.

Poiché la concorrenza può creare instabilità, tra i due compiti un conflitto può esserci, ma è stato finora accettato proprio perché il nostro sistema bancario aveva e tuttora ha bisogno di una ristrutturazione che renderebbe rischiosa una massimizzazione della concorrenza. Se questa fosse stata l´unico regolatore della ristrutturazione finora avvenuta, molto probabilmente le grandi banche del Mezzogiorno sarebbero fallite, almeno un paio tra le banche maggiori sarebbero oggi controllate da banche straniere, e molte banche locali sarebbero state probabilmente assorbite da banche maggiori perdendo dunque la loro precipua connotazione.

Questi ultimi due effetti farebbero ancora in tempo a prodursi se il sistema fosse affidato esclusivamente alle forze della concorrenza e, dunque, alla contendibilità della proprietà: forse il costo di alcuni servizi si ridurrebbe, ma varrebbe la pena? Il risparmiatore sarebbe davvero più tutelato? E che c´entra tutto questo con le truffe che una azienda, specie se è grande e con finanziarie off-shore, può sempre imbastire? Il colpo del dissesto della Parmalat è stato duro, ma non giustifica così macroscopiche perdite del filo di coerenza. Al contrario, tenuto conto che sembra avere una dimensione superiore ad un punto percentuale di Pil, si dovrebbe concludere che il sistema non ha retto affatto male.


di Alfredo Recanatesi

tratto da ¨Credito Cooperativo¨, mensile delle Banche di Credito Cooperativo” n. 1/2004
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