02/01/2004 Unione Europea
Dio e Stati. La Costituzione europea e la religione

Ed in particolare, la questione riguarda l´identità cristiana dell´Europa. Lo si era già capito quando, nel 2000 a Nizza, i capi di Stato e di governo avevano proclamato la Carta dei diritti.
Chi volesse relegare la questione alla dimensione puramente simbolica farebbe bene a non sottovalutare la complessità storica e sociale del problema.

Sotto il primo profilo, quello storico, l´alternarsi tra momenti di coesione e dialogo e momenti di divisione e guerra nelle vicende europee, ha il più delle volte visto come protagoniste le religioni, il loro pluralismo, i moti anti-religiosi.

Sul piano sociale, la sfera della religiosità odierna - in Europa come in altre parti del mondo - non si esaurisce nella separazione tra credenti e non credenti, ma conosce infinite sfumature non sempre di semplice lettura.

La questione quindi non poteva mancare di attirare l´attenzione dei membri della Convenzione europea.
In una prima bozza della Costituzione presentata da Valéry Giscard d´Estaing, di Dio e dei comuni valori religiosi non si faceva alcuna menzione. Anche se l´articolo 2 della bozza affermava, e afferma tuttora nel testo approvato a Salonicco il 20 giugno 2003, che “L´Unione si fonda sui valori della dignità umana, della libertà, della democrazia, dell´uguaglianza, dello Stato di diritto e del rispetto dei diritti umani.Questi valori sono comuni agli Stati membri in una società fondata sul pluralismo, sulla tolleranza, sulla giustizia, sulla solidarietà e sulla non discriminazione”.

Di fronte alle richieste della Chiesa cattolica e delle altre istituzioni cristiane (come la Chiesa anglicana) in ordine ad un riferimento esplicito ai valori religiosi, il presidente Giscard rinviò l´accoglimento prudente di queste istanze al preambolo del nuovo trattato. Così, nel preambolo del Trattato che istituisce una costituzione per l´Europa licenziato dalla Convenzione alla fine dei suoi lavori, oggi si legge tra l´altro “ispirandosi alle eredità culturali, religiose e umanistiche dell´Europa,(...)”.

L´impressione che se ne trae è che l´affermazione risulta debole, insufficiente e alquanto vaga. Soprattutto se si tiene conto che poteva (o forse doveva) esprimere, insieme al citato art. 2, i tratti di identità dell´umanesimo europeo.

Proviamo a rispondere a due questioni.
La prima è se esista una visuale condivisa in Europa circa il ruolo delle religioni; la seconda è quale valenza giuridica possono assumere le affermazioni di un preambolo alla Costituzione.
Muovendo dalla considerazione dei documenti internazionali, sembra possa cogliersi, nelle sue linee essenziali, un modello occidentale circa il ruolo delle religioni e della libertà religiosa.

La Dichiarazione universale del 1948 e la Convenzione europea dei diritti dell´uomo e delle libertà fondamentali del Consiglio d´Europa, manifestano una forte tendenza da un lato verso Stati deconfessionalizzati; dall´altro, verso il riconoscimento della valenza pubblica di quelle realtà religiose liberamente promosse dai cittadini.

Questo modello, che ha trovato terreno fertile in Europa e nel Nord America, ha seriamente inciso sulla evoluzione di quegli Stati caratterizzati all´inizio dello scorso secolo da un certo confessionalismo (Spagna, Portogallo) e, viceversa, su quelle esperienze statali ove la dimensione religiosa era relegata a fatto individuale e privato (Francia).

Un contributo notevole è venuto dalla svolta che il Concilio Vaticano II ha segnato nella storia della Chiesa cattolica, promuovendo un riavvicinamento alle confessioni anti-statale. Non è un caso, come sottolinea il politologo Samuel Huntington , che molte delle principali esperienze di recente democratizzazione sono maturate in paesi cattolici.

Ora, se questo modello minimo - cioè di una religiosità non relegata alla sfera del foro interiore - appare diffuso nelle principali esperienze di democrazia occidentale, è altresì vero che le Costituzioni dei paesi membri dell´Unione Europea mostrano una certa diversità: si va dai paesi del Nord europa dove esistono chiese di Stato, ai
paesi concordatari come il nostro ed a quelli in cui invece la separazione tra Stato e religione è profonda e marcata.

Se la presenza di chiese di Stato è generalmente oramai un dato formale, avendo la Svezia nel 2000 dichiarato la separazione tra la Chiesa luterana e lo Stato, resta tuttavia differenziato il riferimento a Dio e alla religione nelle Costituzioni europee.

Nella Costituzione irlandese Dio è citato diverse volte (artt. 6,12, 31,34, 44); inoltre il preambolo afferma, tra l´altro, che la Costituzione viene approvata “in nome della Santissima Trinità”, dalla quale proviene l´autorità e alla quale le azioni dagli uomini e degli Stati devono fare riferimento. Sempre nel preambolo della costituzione irlandese si sanciscono gli obblighi che il popolo irlandese ha nei confronti del “Signore Divino, Gesù Cristo”. Questi richiami forti ai valori del Cristianesimo, ed in particolare a quelli del Cattolicesimo, sono dovuti anche al fatto che l´Irlanda cattolica, al momento di adottare la Costituzione, aveva da poco ottenuto l´indipendenza dall´Inghilterra anglicana a conclusione di una lotta dagli innegabili risvolti religiosi.

Anche la Costituzione greca è ricca di richiami a Dio e alla religione. In particolare si afferma che l´assemblea costituente approva la Costituzione “in nome della Santa e Consustanziale e Indivisibile Trinità”.

Tra i paesi in procinto di entrare a far parte dell´Unione europea, la Polonia si distingue per i richiami a Dio nella Costituzione del 1997. Il preambolo afferma “i valori di coloro che credono in Dio quale fonte di verità, giustizia, bene e bellezza, come pure di coloro che non condividono questa fede ma rispettano quei valori universali
sulla base di altre ispirazioni”.

Le parole del preambolo della Costituzione tedesca, “cosciente della propria responsabilità davanti a Dio e davanti agli uomini ... il popolo tedesco ... si è dato questa legge fondamentale”, appaiono altrettanto forti ma, al tempo stesso, esprimono la cosiddetta “questione della colpa” drammaticamente sentita dalla Germania del dopoguerra. Per altro questo richiamo a Dio vuole ricordare l´esigenza di unità tra cattolici e protestanti nel popolo tedesco.

Nessun riferimento a Dio è invece rinvenibile nella Costituzione italiana. Invero, Giorgio La Pira avrebbe voluto una formula simile a quella tedesca; ma ritirò la proposta quando si rese conto che essa, piuttosto che unire, avrebbe lacerato la Costituente.

In conclusione, se il richiamo a Dio non è presente nella maggioranza delle Costituzioni dei paesi dell´Unione europea, è invece assai diffusa l´idea della dimensione pubblica della religione; nel senso che il fattore religioso non va identificato con lo Stato, ma tuttavia credere in Dio resta un fatto che deve potersi liberamente manifestare anche nella sfera della vita pubblica.

La seconda questione riguarda il valore giuridico del richiamo della dimensione religiosa nel preambolo della Costituzione europea.
Una delle preoccupazioni diffuse tra coloro che negano l´opportunità di un richiamo esplicito è che l´eventuale violazione dei valori fondamentali richiamati potrebbe comportare sanzioni contro uno Stato membro. Sicché avverrebbe che la violazione dei valori religiosi non condivisi potrebbe condurre a sanzioni.

Il fatto che il riferimento ai valori religiosi sia posto nel preambolo piuttosto che nel testo della costituzione, non cambia nella sostanza la valenza giuridica delle affermazioni.
Infatti, come insegna l´esperienza della costituzione vigente nella Quinta Repubblica francese, anche le affermazioni ed i proclami contenuti nel preambolo possono essere assunti a parametro di legittimità costituzionale.

In altre parole, questo significa che una legge in contrasto con i valori affermati nel preambolo della Costituzione europea potrebbe essere dichiarata illegittima e quindi annullata.

In conclusione, la formulazione scelta dalla Convenzione ha sostanzialmente evitato l´opportunità di una chiara affermazione dei tratti di identità dell´Europa. Affermare i valori dell´Europa cristiana non significa porre le basi di una sorta di Stato confessionale; significa riconoscere un dato storico quale è quello della centralità del
Cristianesimo nella storia e nella civiltà dell´Europa.
Basta ricordare che il principio di distinzione tra l´ordine politico e l´ordine religioso e spirituale, deriva dalla nota distinzione tra ciò che è di Cesare e ciò che è di Dio sancita nella celebre pagina evangelica. Su quella distinzione si sono radicati il sano principio della laicità dello Stato e la tutela, verso lo stesso Stato, dei diritti di libertà,
tra cui quella religiosa e di coscienza.

In altre parole, la laicità dello Stato trae origine dal Cristianesimo.
La predilezione del dibattito corrente verso questioni come la ripartizione delle competenze tra Commissione e Consiglio dei ministri della Ue mostra una certa povertà e, forse, immaturità.
Si rischia così di perdere almeno tre grandi opportunità: il rafforzamento e la tutela dell´identità degli europei (che si è irradiata nei secoli della storia delle civiltà); la salvaguardia di quel principio di laicità che evita, da un lato, la sacralizzazione della politica e dall´altro, la politicizzazione della religione; infine, il sostegno ad una etica forte e condivisa in Europa, indispensabile ad assicurare democrazie stabili.

di Angelo Rinella
Professore ordinario di Diritto costituzionale
italiano e comparato alla Facoltà di Giurisprudenza dell´Università di Roma LUMSA
Extranet del Credito Cooperativo
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