20/10/2003 Finanza solidale
Stefano Zamagni: terzo settore, dentro stato e mercato

Stefano Zamagni
Stefano Zamagni

¨Oggi si stanno confrontando, e in certi casi scontrando, due visioni nel modo di concepire quale debba essere il rapporto tra la sfera economica (che possiamo sinteticamente, e con accezione ampia del termine, chiamare mercato) e la sfera del sociale (o della solidarietà).

Da una parte vi sono coloro che vedono nell´estensione dei mercati e della logica dell´efficienza la soluzione a tutti i mali sociali; dall´altra chi invece vede l´avanzare dei mercati come una minaccia per la vita civile, e quindi li combatte e si protegge da essi.

La prima visione, considera l´impresa come un ente “a-sociale”. Per questa concezione, che si rifà ad alcune tradizioni e interpretazioni più o meno distorte dell´ideologia liberale, il sociale è nettamente distinto dalla meccanica del mercato, che si presenta come un´istituzione eticamente e socialmente neutrale. Al mercato è richiesta l´efficienza e quindi la creazione di ricchezza, l´allargamento della “torta”. La solidarietà, invece, inizia proprio laddove finisce il mercato, fornendo criteri dell´azione politica per la suddivisione della torta e dell´assegnazione delle “fette” agli individui, o alternativamente, la solidarietà interviene in quelle pieghe della società non ancora raggiunte dal mercato.

Agli antipodi di questa visione troviamo l´altro approccio, che vede l´impresa come essenzialmente anti sociale. Questa concezione si caratterizza invece per concepire il mercato come luogo dello sfruttamento e della sopraffazione del forte sul debole. La società minacciata dai mercati, e l´avanzamento di questi ultimi, verrebbe interpretato come “desertificazione della società”, per usare la celebre frase di Polanyi. Questa visione, che pure coglie alcune dinamiche dei mercati reali, tende a vedere l´economico e il mercato come di per sé disumanizzanti, come meccanismi distruttori di quel “capitale sociale” indispensabile per ogni convivenza autenticamente umana oltre che per ogni progresso economico.

È da questa polarità di visioni che sono discese, a livello politico, le due concezioni, ancora oggi prevalenti, circa il modo di concepire il ruolo del mercato nella nostra società. Da un lato, quella del mercato come mezzo per risolvere il problema politico; dall´altro lato, quella del mercato come “male necessario”.

La visione del rapporto mercato-società tipica dell´economia civile, si colloca invece in una prospettiva radicalmente diversa rispetto a queste due visioni.

L´idea centrale, e di conseguenza, la proposta dell´economia civile, è una concezione che guarda all´esperienza della socialità umana e della reciprocità all´interno di una normale vita economica. Né a lato, né prima, né dopo.

Essa ci dice che i principi “altri” dal profitto e dallo scambio strumentale possono – se si vuole – trovare posto dentro l´attività economica.
In tal modo si supera certamente la prima visione che – come si è detto – vede l´economico (i mercati) come luogo eticamente neutrale basato unicamente sul principio dello scambio di equivalenti. Infatti, è il momento economico stesso che, in base alla presenza o assenza di questi altri principi, diventa civile o incivile.

Ma si va oltre anche l´altra concezione che vede il dono e la reciprocità appannaggio di altri momenti o sfere della vita civile, una visione questa - ancora oggi radicata in non poche espressioni del Terzo settore - che non è più sostenibile. E ciò per almeno due ragioni.

In primo luogo, nella stagione della globalizzazione la logica dei “due tempi” (prima le imprese producono, e poi lo Stato si occupa del sociale), su cui è stato fondato il progetto della terza via, non funziona più, perché è venuto meno l´elemento base di quella logica, e cioè il nesso stretto tra ricchezza e territorio, su cui il sistema del welfare era stato pensato in Occidente, e in Europa in modo particolare. Oggi questo meccanismo si è incrinato, sotto l´incedere della globalizzazione dei mercati. Ecco perché se ci ostiniamo a pensare che la redistribuzione debba essere compito esclusivo dello Stato e che essa debba intervenire post-factum, assisteremo inerti, e ipocritamente sconsolati, all´aumento dell´ineguaglianza. Occorre invece intervenire anche sul momento della produzione della ricchezza.

All´impresa è dunque chiesto di diventare sociale nella normalità della sua attività economica.

Secondariamente, c´è il cosiddetto “effetto spiazzamento”. Se il mercato, e più in generale l´economia, si baseranno soltanto su meccanismi estrinseci (i prezzi, il contratto), questi finiranno per eliminare quelli intrinseci (la gratuità).

Sono in tanti gli studiosi a ricordarci che un ordine sociale, quale esso sia, ha bisogno di tre principi autonomi per potersi sviluppare in modo armonico ed essere quindi capace di futuro: lo scambio di equivalenti (o contratto), la redistribuzione della ricchezza e il dono come reciprocità.
Le società si sviluppano in modo armonioso se sono attivi, e ben combinati, tutti e tre i principi, se si salva questa struttura “triadica”.

Non è difficile darsene conto. Proviamo, infatti, a chiederci qual è lo scopo specifico che ciascuno dei tre principi si incarica di realizzare. Quello dello scambio di equivalenti è l´efficienza: un´economia nella quale gli scambi (di beni e servizi) tra agenti avvengono sulla base del principio secondo cui tutto ciò che si dà o si fa riceve un corrispettivo di pari valore, è un´economia che, sotto un ben robusto insieme di condizioni, riesce ad assicurare un uso efficiente delle risorse, ad evitare cioè sprechi di vario tipo delle stesse.

A cosa mira, invece, il principio di redistribuzione? All´equità. Non basta che un sistema economico sia efficiente nella produzione di ricchezza; deve anche trovare il modo di ridistribuirla equamente tra coloro che hanno contribuito a generarla. E questo non solo per ragioni di natura etica, ma anche per ragioni propriamente economiche: è lo stesso sistema di mercato che non può ben funzionare a lungo se quote ragguardevoli dei suoi membri non possono ad esso accedere, per mancanza di potere d´acquisto.

Infine, quale lo scopo ultimo della reciprocità? Innanzitutto, il consolidamento del nesso sociale, del “bond of society” (come si esprimeva Locke), e cioè la fiducia generalizzata senza la quale non solo i mercati ma neanche la stessa società potrebbe esistere. Poi la reciprocità sviluppa la libertà in senso positivo, cioè la possibilità effettiva per ciascun soggetto di tendere alla realizzazione del proprio piano di vita.

Se la libertà in senso negativo dice dell´assenza di costrizioni o vincoli, e perciò è libertà da, quella in senso positivo è libertà di, cioè libertà di autorealizzarsi, ciò da cui dipende la felicità.
Una società che riuscisse a fare stare assieme efficienza e equità – e sarebbe già un bel traguardo – non sarebbe però ancora una buona società in cui vivere se ad essa facesse difetto lo spirito di fraternità. Parola questa sfortunatamente caduta in disuso dopo che la rivoluzione del 1789 l´aveva innalzata al rango di bandiera. Ancora troppi, anche tra gli stessi addetti ai lavori, sono coloro che identificano la fraternità con la solidarietà, non riuscendo a vedere la differenza tra equità (alla quale si collega la solidarietà) e libertà positiva (alla quale si collega la fraternità).

Ebbene, il punto su cui richiamare l´attenzione è che nelle nostre società contemporanee mai si è riusciti (finora) a dare vita ad un ordine sociale in cui tutti e tre i principi potessero stare assieme, contagiandosi a vicenda. Quando si marginalizza, o comunque non si valorizza, il principio di reciprocità si ottiene il modello del welfare state, incentrato sulla figura dello Stato benevolente: il mercato produce ricchezza in modo efficiente e lo Stato ridistribuisce secondo canoni di equità ciò che è stato prodotto.

In un modello del genere il terzo settore è, appunto, terzo, ma soprattutto è alle dirette dipendenze dello Stato. Se si elimina o si limita considerevolmente il principio di redistribuzione, ecco il modello del capitalismo filantropico. Il mercato è la leva del sistema e deve essere lasciato libero di agire senza intralci. In tal modo, esso produce quanta più ricchezza possibile e i “ricchi” fanno filantropia ai poveri, servendosi della società civile e delle sue organizzazioni (le varie Charities e Foundations).

Nel modello del compassionate conservatorism l´attenzione nei confronti di chi resta indietro nella gara del mercato va collegata al sentimento morale della compassione e le organizzazioni della società civile non possono che essere non profit – non a caso tale espressione nasce in ambito nordamericano –: soggetti che entrano in azione per alleviare gli effetti negativi dell´interazione sociale e non già per incidere sulle cause che li generano.

La sfida dell´economia civile è quella di ricercare i modi – che certamente esistono – di far coesistere, all´interno del medesimo sistema sociale, tutti e tre i principi regolativi di cui si è detto. Infatti, abbiamo bisogno certamente di efficienza, ma anche di equità e anche – oseremmo dire soprattutto – di reciprocità e di libertà positiva. Abbiamo scritto coesistere a ragion veduta.

Non riteniamo, infatti, fruttuoso il disegno di chi pensasse di dividere idealmente la società in tre sfere separate, sia pure contigue, ognuna delle quali capaci di ospitare la realizzazione di uno dei tre principi.

Quanto in questa sede ci preme dire è che, restando all´interno della logica dei settori (o delle sfere) si rischia veramente di sprecare tempo in battaglie intellettuali sterili e inconcludenti. Piuttosto, quel che rileva è accertare quanto e come la logica di azione del non profit riesce a penetrare, contaminandola, nella logica di azione del for profit. E viceversa.
L´idea di attività economica che nasce dalla visione che chiamiamo “civile” è quella di un villaggio “a più dimensioni” , un mercato plurale, visto e vissuto non come luogo della sola efficienza ma anche di pratiche della socialità e soprattutto della relazionalità.¨

Stefano Zamagni



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