05/08/2003 Interviste a...
Tre domande a Savino Pezzotta, segretario generale Cisl

Savino Pezzotta
Savino Pezzotta

“La coerenza tra cultura e azione, pratica sociale contraddistingue il ruolo e l´operato delle Banche di Credito Cooperativo. Banche che, nel panorama del sistema creditizio, risultano nei fatti differenti dalle altre, in quanto in grado di costruire legami e di partecipare ai destini del territorio in cui operano, avendo al centro le persone.
Persone non considerate come clienti, nomadi in un mercato senza volto, bensì soggetti insostituibili di riferimento e base per costruire sviluppo economico e sociale delle proprie comunità”.

Così Savino Pezzotta, segretario generale della Cisl, intervenuto al convegno organizzato dalla BCC di Calcio e Covo in occasione della celebrazione del centenario della fondazione dell´Istituto.

Tema del convegno, “Economia e società nel ´900. La centralità della persona ed il fine del bene comune nel pensiero e nella prassi di ispirazione cristiana ”.

Dott. Pezzotta, lei crede che il modello delle Banche di Credito Cooperativo, mutualistiche, localistiche e solidali, sia solo un modello “felice” o merita qualche riflessione in più?

Si tratta di un modello che porta a “toccare con mano” come i princìpi della responsabilità Personale e sociale e l´ambito del territorio/comunità siano elementi che superano la dimensione temporale per assumere quella di caratteristiche che, nel far riferimento ad una cultura cristianamente ispirata, sono di grande attualità.

Per questo e, paradossalmente, nonostante i grandi cambiamenti che hanno attraversato questo lungo periodo storico, si rivelano “moderni” termini come mutualità, libertà, autoimprenditività, cioè valori cardine che hanno portato a dare vita alle Casse Rurali oltre 100 anni fa. In modo analogo, appare anche oggi come il rapporto con il territorio rappresenti un elemento determinante per i risultati dell´impresa.

In un mondo che vede sempre più il sistema bancario divenire anonimo, non solo negli assetti proprietari, ma anche, nonostante le “riverniciature” di facciata o i proclami general-generici, nei rapporti con lo sviluppo economico-sociale locale, fa ben sperare la crescita di consensi e di operatività delle cooperative di credito. È il segno che l´assunzione di rischi è strettamente collegato alla capacità di percepire una responsabilità solidale con i soci e di sentirsi protagonisti sui destini dell´economia e della società locale attuando, nel concreto, la Responsabilità Sociale.[...]


Lei ha detto in un´intervista che “i problemi del paese, in particolare quelli del Sud, non si risolvono tagliando la spesa sociale ma ripensando il modello di sviluppo”. Quali azioni ritiene nel medio periodo più necessarie?

Al di là degli ottimismi di maniera o dei pessimismi troppo catastrofici, ragionando con realismo e tenendo conto della situazione reale, possiamo vedere come il nostro Paese risenta e incameri tutte le difficoltà della situazione internazionale, con l´aggiunta del permanere di condizioni strutturali negative che attendono da anni di essere affrontate.

Servirebbe però, una più diffusa consapevolezza della situazione e l´attuazione di interventi efficaci, di quella particolare efficacia che deriva dalla condivisione degli intenti e dall´urgenza dei problemi in campo. Per questo occorrerebbe chiudere al più presto la fase dei condoni e degli alambicchi finanziari, fare scelte di sostegno per l´economia reale, abbandonare la richiesta petulante di dumping sociale quale motore per la competitività del paese, indirizzarsi verso i fattori reali di competitività, formazione, innovazione e ricerca.

Occorre investire in ricerca e innovazione, in infrastrutture materiali ed immateriali. Occorre, soprattutto, investire in formazione. La flessibilità da sola non basta, anzi, in dosi troppo abbondanti rischia di essere controproducente. Oggi servono politiche economiche che rialzino le prospettive di sviluppo duraturo. Questo richiede di ripensare il modello che affida esclusivamente al mercato l´uscita dalla crisi. Occorre tornare a scommettere nella definizione condivisa di politiche per lo sviluppo, con una concertazione rinnovata che vede attori pubblici e parti sociali svolgere una funzione di catalizzatore dello sviluppo attraverso ruoli di indirizzo, definizione coerente di progetto sociale, riferimento per le aspettative. [...]


È ottimista sul ruolo dell´Italia alla presidenza del semestre europeo? Come giudica, più in generale, il nuovo assetto economico europeo?

Per tanti motivi, a partire dall´approvazione della Carta Costituzionale Europea, il semestre europeo di presidenza italiana rappresenta una grossa opportunità per il nostro Paese. Resto convinto che sia indispensabile lavorare per una maggior coesione tra i Paesi membri, in vista di un compito di pace e di sviluppo che l´Unione Europea può giocare nei confronti del mondo intero; nel frattempo, occorre avere la consapevolezza che l´area Mediterranea conserva una specificità strategica delicatissima che non può assolutamente essere ignorata.

Sul piano economico, l´Europa sta segnando il passo. Il processo di integrazione europea ha legato talmente la dimensione sociale a quella economica che oggi il più grave problema sociale di cui soffre l´Europa è proprio la stagnazione della crescita. Per molti anni i sindacati hanno considerato la simbiosi tra dimensione economica e dimensione sociale una forzatura perversa dell´impostazione originaria affermando, con qualche ragione, che il motore dell´integrazione, l´economia, aveva preso il sopravvento su quei valori che invece, nella concezione dei fondatori, avrebbe dovuto servire: la pace, il benessere condiviso e l´unificazione nel progresso delle condizioni di vita e di lavoro.

Oggi occorre affrontare in modo adeguato le sfide e le opportunità presenti: il rilancio della crescita economica per conseguire quegli obiettivi connessi con la realizzazione della strategia di Lisbona per fare dell´Europa “l´economia basata sulla conoscenza più competitiva e dinamica del mondo, in grado di realizzare una crescita economica sostenibile con nuovi e migliori posti di lavoro e una maggiore coesione sociale.”

La strategia di Lisbona, tuttavia, è rimasta largamente inattuata per una serie di motivi: prima di tutto perché legata ad uno scenario economico che non aveva assunto - e non poteva assumere - la violenta messa in discussione dei trend dell´economia mondiale intervenuta nei due anni successivi; poi perché affidata quasi esclusivamente a decisioni degli stati membri, in sede di Consiglio, sistematicamente rimandate o eluse; infine (ma questa ragione è davvero la più pesante) perché, a seguito di Lisbona, sarebbe dovuto intervenire un nuovo orientamento, chiaro e coraggioso, nelle strategie applicative del patto di stabilità.

La riunificazione rappresenta un´opportunità non scevra da rischi e non avere la determinazione a diventare, oltre che “l´economia fondata sulla conoscenza più competitiva e dinamica del mondo”, una vera unione di popoli che parla e agisce per promuovere la pace, la giustizia sociale, la forza di integrare rispettando le diversità, la volontà di contribuire alla ripartizione delle ricchezze e delle opportunità nel mondo globale. [...]


L´intervista a Savino Pezzotta sarà pubblicata integralmente sul n. 7/8 della rivista “Credito Cooperativo”, il mensile delle Banche di Credito Cooperativo edito dall´Ecra.
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