09/04/2003 Interviste a...
Giuseppe Pontiggia racconta la ¨sua¨ banca

Giuseppe Pontiggia è nato a Como nel 1934. Ha esordito con La morte in banca, un breve romanzo autobiografico il cui protagonista, impiegato giovanissimo, entra in una filiale tradendo aspettative di studi letterari.
Ha scritto romanzi e racconti tra cui ricordiamo L´arte della fuga, Il giocatore invisibile, La grande sera e Vite di uomini non illustri, saggi (I contemporanei del futuro) e un libro di meditazioni e aforismi, Prima persona, l´ultimo uscito.
Nati due volte, romanzo che lo precede, ha avuto un considerevole successo di pubblico, il premio Campiello e altri riconoscimenti. Percorso di amore in una famiglia con un figlio disabile ha fatto amare la sua prosa lucida. È stato tradotto in diciotto lingue e ha mantenuto per un anno la stima incondizionata della critica.
Cura una rubrica mensile sull´inserto domenicale de Il Sole 24 Ore.

Partiamo dal suo primo romanzo La morte in banca: un giovane impiegato, l´ambiente da travet di una filiale anni ´50 che a quanto ci risulta si ispira alla sua biografia…
La morte in banca è in effetti il mio romanzo più autobiografico. Sono stato impiegato in banca all´età di diciassette anni e per dieci anni. Poi dopo dieci anni passati a credere nella possibilità di una doppia vita sono entrato in crisi e ne sono uscito con la consapevolezza che la vita è una sola.
Era la banca del dopoguerra popolata da donne in un clima di ritorno di reduci. Era un luogo di separazione, una specie di colonia penale. Io ero ai timbri, quindi una occupazione tutto sommato non responsabilizzante. E la mia idea di banca era molto approssimativa.

Lo è anche oggi?
No, oggi il mio rapporto con la banca è molto più articolato, più serio.

Lei scrive per il maggiore giornale italiano di economia anche se da scrittore. Cosa pensa della finanza?
In realtà io ho scritto anche saggi su Pareto e sulla Borsa. Poi, differentemente da altri miei colleghi letterati che fingono di non prestare abbastanza attenzione al denaro, io grazie a quell´esperienza di tanti anni fa mi sono costruito una mia consapevolezza che mi ha portato anche a giocare in Borsa con esiti altalenanti. In cui più che la speculazione ad arricchirmi è stata la compravendita a salvarmi.
In conclusione di questa esperienza devo riconoscere che la regola degli esperti “non investire che parte del tuo reddito” è valida sempre. Io do importanza ai soldi non tanto per i loro effetti ma per la loro capacità di offrire il riconoscimento di un valore professionale.

E in grande scala, parlando di finanza internazionale, di movimenti di capitali?
Lo scopo ultimo dell´esistenza non è la ricchezza ma la ricchezza e il benessere producono una straordinaria civiltà. Il denaro dà libertà e lascia spazio ad altro. La finanza deve essere sempre legata alla salute dell´economia più in generale. La speculazione tradisce i fondamentali dell´economia stessa e conduce a crisi periodiche.
L´illusione che hanno i profani che l´incremento possa essere svincolato dalle leggi dell´economia e dai risultati che producono ad un livello più generale è deleteria.
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