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Le cause sono terribilmente evidenti nella loro spietata semplicità.
La lunghissima fase di crescita dell’economia statunitense - dalla seconda metà del decennio ottanta
del Novecento al 2000 - ha illuso la maggioranza degli operatori finanziari: si sarebbe potuto operare indefinitamente con altissime propensioni al rischio e la vendita di crediti a nuovi compratori sempre più desiderosi di condividere i rischi e di farli scomparire dai bilanci delle banche universali grazie alla securitisatione alla collateralizzazione, ossia la vendita, appunto, del rischio via via più ampia e allargata, coinvolgendo strati sociali abbienti e poverissimi (pensiamo ai mutui subprime). Protagonisti di questa spirale del rischio sono i manager stockoptionisti retribuiti in base non ai risultati ma al valore delle azioni delle loro società quotate. Ciò ha scatenato un comportamento opportunistico di massa e una corruzione endemica nel cuore stesso del capitale finanziario, con una verticale caduta dei valori etici. L’enorme massa di liquidità scaturita dagli immensi profitti delle corporation si è rivolta non più verso il profitto, ovvero gli investimenti industriali, ma verso la rendita finanziaria con una bolla speculativa che ha creato una nuova classe mondiale di arricchiti grazie alla “strage finanziaria degli innocenti”, allorquando l’indebitamento è diventato insostenibile per i più e la corruzione è esplosa in forme dirompenti.
Contemporaneamente a tutto ciò, l’aumento della rendita a scapito del profittosi è accompagnato a un gigantesco trasferimento di ricchezza dal lavoro al capitale. Ciò ha dato vita all’indebitamento crescente del popolo e delle classi medie con scarsa crescita dei mercati dei Paesi emergenti. Da qui il sottoconsumo mondiale - salvo che negli Stati Uniti - che ha provocato una crisi dalle dimensioni epocali. Per l’alta produttività del lavoro resa possibile dall’ITC la crescita si è bloccata e la recessione è dilagata. Le previsioni degli economisti neoclassici ancora una volta sono fallite: i mercati finanziari non solo non sono perfetti ma sono governati da gruppi occulti di top manager che acquisiscono immense risorse per sé a scapito della crescita, come è ormai tipico delle banche capitalistiche che fanno margini più con la vendita di prodotti finanziari, che sono armi di distruzione di massa, piuttosto che con l’erogazione creditizia; le previsioni di crescita ininterrotta sono state smentite da un capitalismo ciclico e mai perfetto con profonde disuguaglianze e ingiustizie.
La giustizia - come ci insegna la Caritas in veritate - è il bene comune che s’invera solo se le persone controllano da sé e in comunione i beni che a essi sono destinati: qui risiede la superiorità del principio cooperativo rispetto a quello capitalistico. Tutto non può essere costruito e raggiunto tramite esso ma molto può essere acquisito temperando i mercati e vivificandoli del principio etico. È questa assenza del temperamento del mercato e la caduta nichilistica nell’avidità che hanno provocato la crisi. In questo scenario splende il principio cooperativo creditizio.
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