06/10/2017 L'opinione
Contratto di Coesione. Lavorare per il lavoro. L'articolo del Direttore di Federcasse, Sergio Gatti pubblicato nel mensile Credito Cooperativo

Come incrocia la realtà il grande cantiere di costruzione dei Gruppi bancari cooperativi? Come entra l’attualità nella costruzione del nuovo Credito Cooperativo? Mentre si scrivono i Contratti di coesione, come tener conto, ad esempio, che “il mondo del lavoro sta cambiando così in fretta da rivoluzionare stili di vita e modelli etici”? Uno strumento di analisi, ma soprattutto di orientamento e proposte messo a punto in vista della 48ma Settimana Sociale dei Cattolici che si terrà a Cagliari a fine ottobre, può aiutare a dare ulteriore senso al passaggio storico delle BCC (www.settimane sociali.it/instrumentumlaboris).
“Cosa significa oggi lavoro (umano)? Quali devono essere i (nuovi) diritti e doveri del lavoratore? Come sconfiggere la disoccupazione e quale formazione continua potrà preparare chi già lavora ai cambiamenti del futuro? E ancora ci chiediamo: con quali competenze gestire il rapporto lavoratore e robot? Su quali conoscenze devono investire i giovani? E infine, quali forme di tutela efficaci per il ‘lavoro degno’ è necessario trovare al tempo dell’industria 4.0?”.
Le BCC hanno lavorato per il lavoro nei territori. Tra il 2000 e il 2016, le quote di mercato delle BCC nel finanziamento dell’economia reale sono cresciute in modo significativo e mai abbastanza evidenziato. Dimostrando la capacità di contribuire in modo concreto a creare nuovo lavoro. Realizzando la finanza geocircolare, ovvero il risparmio di un territorio investito per il lavoro di quel territorio. Negli anni centrali della crisi (2008-2014) le BCC hanno svolto al meglio la propria funzione anticiclica erogando maggiore quantità di credito a imprese e famiglie, a tassi in media più contenuti e con tassi di ingresso in sofferenza più bassi della concorrenza (Occasional paper 324, Banca d’Italia, 2016).
I governi. Quanto sia centrale questo tema, lo dimostra anche la cronaca politica. L’ultimo G7 di Torino (29-30 settembre) dedicato al lavoro ha fotografato problemi globali e locali, individuato fenomeni nuovi, rievocato questioni che sembravano acquisite (“occorre proteggere la libertà di associazione e il diritto di parola dei lavoratori”). La gig econonomy, l’economia dei lavoretti (quello offerto da Foodora  e altri), l’invecchiamento della popolazione, l’avanzata dei robot interrogano i Governi (si rinvia al documento finale del G7 di Torino in www.g7italy.it/it/node/578). Ma anche chi ha fatto e fa finanza per lo sviluppo.

Tre direzioni di marcia. Nel percorso verso Cagliari si sono messe a punto proposte concrete, alcune subito cantierabili. Quattro le sfere di azione:
1. la preparazione delle competenze e dell’atteggiamento per chi lavora, non lavora più, si sta preparando a lavorare;
2. la creazione di nuovo lavoro;
3. i nuovi modelli di vita e di lavoro;
4. tre sfide urgenti all’Europa per il lavoro.
Soffermiamoci sul punto 2, come favorire la generazione di nuovo lavoro. La raccolta di oltre 400 buone pratiche (alcune anche direttamente finanziate da BCC) – sui social con gli hashtag #illavorochevogliamo e #CercatoridiLavOro - ha consentito al Comitato organizzatore della Settimana Sociale di individuare tre direzioni d’intervento: a) rimuovere ostacoli per chi il (buon) lavoro lo può creare; b) invertire la rotta di un sistema che crea la corsa al ribasso sui costi del lavoro e ne distrugge così la dignità; c) ridare dignità agli scartati e agli esclusi favorendo il loro reinserimento nel mondo del lavoro.
“Partendo dalla necessità di rimuovere ostacoli per chi il (buon) lavoro lo può creare, occorre ricordare che il lavoro si crea innanzitutto quando una buona idea imprenditoriale genera un nuovo prodotto o servizio che incontra la domanda dei cittadini. È fondamentale che questo momento creativo sia aiutato e non soffocato. Gli ostacoli che si frappongono alla creazione di lavoro e di impresa sono molti: tra i più importanti, il carico fiscale e i tempi della giustizia civile. Un paese che da centralità al lavoro non può tassarlo nel modo in cui accade in Italia. La riduzione del ‘cuneo fiscale’ va al più presto realizzata con risorse che vanno prese da un serio impegno nella riduzione della spesa pubblica improduttiva e la lotta all’evasione. La lentezza della giustizia civile, indebolendo lo stato di diritto, riduce l’affidabilità dell’intero paese agli occhi di possibili investitori. Tra mondo dell’economia e mondo del diritto continua a esistere un vero e proprio conflitto culturale che deve essere superato. La questione della difficoltà dell’accesso a fonti di finanza esterna (credito bancario ma anche capitale di rischio) deriva dall’oggettiva difficoltà determinata da un modello di banca prevalentemente orientato alla massimizzazione del profitto e dalla conseguente difficoltà di trovare attraente il segmento dei finanziamenti alle piccole imprese e alle imprese artigiane (segmento generalmente in perdita o non certo in grado di generare gli utili chiesti dagli azionisti delle banche per via dei limitati guadagni da interesse e degli alti costi fissi di istruttoria rispetto ai proventi ricavati) nonché dalle regole che spingono in tale direzione. In tale prospettiva, in un’ottica di biodiversità bancaria, è stato importante riconoscere l’esigenza di una riforma partecipata che salvaguardasse la specificità del Credito Cooperativo (nato sulla spinta dell'enciclica Rerum Novarum e geneticamente e strategicamente orientato a servire in via prioritaria le imprese medio-piccole) e il riconoscimento delle banche etiche e non massimizzatrici di profitto.
Altrettanto importante è un cambio di approccio della regolamentazione bancaria europea ed internazionale, procedendo nel senso dell'applicazione strutturale del principio di proporzionalità.
Oltre a spingere verso l'omologazione delle banche di natura non capitalistica, il peso improprio della normativa penalizza la competizione nei mercati locali del credito e rischia di indebolire la capacità di finanziamento dell'economia reale da parte delle banche da sempre dedite alla creazione e allo sviluppo delle imprese piccole (che in Italia assicurano oltre il 90% dei posti di lavoro).
Più in generale, la scarsa attenzione alle piccole imprese - che pure sono la parte preponderante del nostro sistema economico e della sua capacità di creare buon lavoro – continua a essere un problema. Negli Stati Uniti, ad esempio, la Small Business Authority esprime parere vincolante nel processo di valutazione della produzione normativa ovvero nel verificare se una regola burocratica deve e può essere applicata anche alle piccole imprese. Nell’attuale sistema economico, la dignità della persona attraverso la qualità del lavoro non ha la stessa centralità del valore per gli azionisti e del benessere del consumatore. In un mondo globale la centralità dei consumi e dei risparmi offre ai cittadini la possibilità di usare lo strumento del ‘voto col portafoglio’ per valutare il valore di un bene e servizio in termini di dignità del lavoro e tutela dell’ambiente.Anche lo Stato ‘vota col portafoglio’ nel momento in cui, ad esempio, seleziona i vincitori delle gare d’appalto. A questo proposito pensiamo sia assolutamente miope e contrario alla tutela e alla salvaguardia della dignità del lavoro usare come unico criterio quello del massimo ribasso di prezzo, ribasso che costringe di fatto le imprese ad avvilire il lavoro, a fornire servizi di qualità scadente o finisce paradossalmente col favorire le organizzazioni criminali.
In una fase storica caratterizzata da profonde trasformazioni e ferite, un pilastro fondamentale è quello di una strategia per rimettere in pista gli scartati e gli esclusi sempre più numerosi nel nostro paese. L’Italia deve avere una sua rete di protezione universale.
I principi della dottrina sociale, che sottolineano come la dignità della persona non sta nel ricevere ma nel dare, chiedono che tale rete non sia passiva ma punti fortemente all’inclusione nella rete sociale e produttiva attraverso la relazione e la presa in carico da parte delle organizzazioni locali di società civile. (da 51 a 58, Istrumentum laboris, Cagliari 2017).
I futuri Gruppi Bancari Cooperativi. Le regole interne che si stanno scrivendo in vista della presentazione delle istanze alle Autorità dovranno soddisfare le esigenze di natura prudenziale della riforma del 2016. Ma dovranno puntare anche a esaltare la missione storica delle BCC, essere cogeneratrici sempre più efficaci di lavoro degno.
Buon lavoro!